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di Apostolis Fotiadis
Notte del 21 Giugno, le migliaia di volantini elettorali  gettati dalle finestre degli uffici di Alba Dorata a Dilighiannis volano verso la stazione Larissis. Un tappeto bianco contro cui lotta un addetto del Comune. Spazza contro vento, con una scopa e un sacco nero in mano. Il bianco lo inghiotte, ancora e ancora, ma lui spazza.
È una delle immagini più potenti della crisi, che non è stata mai immortalata, in cui chiunque può identificarsi sempre di più. Ora che il corso degli eventi sembra fuori controllo, che la paura di un feroce domani incontrollabile si è consolidata, astri bellicosi ci parlano di guerra. E sono anche più sinceri degli ingannevoli amanti della legalità. Indubbiamente in questa società è scoppiata una guerra; il punto è come viene interpretata da ciascuno di noi. La guerra del potere (establishment) da tre anni riguarda la conservazione della sua qualifica di eletto dalla società. Potere inteso non in maniera astratta, ma con nome e cognome e capitali amministrabili e armate di pennivendoli e un braccio esecutivo organizzato; e anche se aveva a disposizione tutto questo, non è riuscito ad evitare che la sua esistenza fosse messa a rischio da una minaccia generata  dalla “crisi del debito” e dalla conseguente fine di un’epoca.
È difficile descrivere una distopia quando è reale. La nostra distopia è il risultato della generalizzata anomia. Anomia non nel volgare intendimento che conferiscono al termine i prezzolati portavoce del potere, ossia generale distruzione della legalità borghese. Anomia intesa come un’ interpretazione teorica  dell’improvvisa scomparsa di tutte le correlazioni che permettono l’equilibrio sociale e la conseguente basilare pace sociale. Quindi anomia come la intendeva il padre della sociologia David Emile Durkheim. Prima di tutto la crisi ha portato la società greca faccia a faccia con sé stessa. All’incirca nel Maggio 2010 i gruppi sociali e gli interessi politici per decenni predominanti si risvegliano nel pieno di una lotta, tra loro ma soprattutto contro la tormentata società, per la sopravvivenza. La minaccia è ovunque, esterna ma principalmente interna. Le forze di autodistruzione che stanno scatenando la società greca e soprattutto il suo sistema istituzionale, sostenutosi per anni con miti e bugie, sono incredibili.
La cosa più impressionante di questa crisi è la velocità con cui logora, distrugge, consuma tutto. Logora le persone e le corrompe psicologicamente. Logora il capitale politico accumulato per decenni. Logora la fede persino dei più fedeli servitori del vecchio sistema di controllo. Riempie di crepe la coesione sociale. Tutti coloro che afffrontano questa grande trasformazione sociale in Grecia si sforzano di affrontare il nuovo con materiali vecchi. L’ insistenza di alcuni membri del PASOK, cioè della versione più triviale del neoliberalismo greco, di autopresentarsi ancora oggi come speranza di rinascita della socialdemocrazia sono l’esempio di questa fissazione. È impossibile accorgersi di come una distopia, nel momento in cui si verifica, possa trasformarci in mostri.
Nel tentativo di sopravvivere, la decaduta classe politica utilizza due elementi per obbligare la società ad accettare i cambiamenti sul vecchio contratto sociale greco dettati dai creditori stranieri e da un nuovo ordine di cose. Questi elementi sono la paura e il ricatto: la paura ininterrotta del domani e il ricatto che alla scomparsa dell’establishment segua necessariamente il caos. Nonostante siamo nei Balcani, non insorgerà alcuna sindrome di Stoccolma, ma verranno generati mostri. Ora il mostro è dappertutto e, anche nel caso in cui non sia così, la paura e il martellamento dei mezzi di comunicazione fanno sì che lo sia. Violentatori di anime, illuminati da “dio”, circolano tra noi. La mole di violenza prodotta corrisponde esattamente all’ arroganza da cui deriva. Questo rapporto dovrebbe essere visto come un appiattimento dell’entropia, che vanamente ci sforziamo di cogliere e descrivere.
Così sia. La minaccia più grande che affrontiamo oggi è l’ accettazione della fine, così come altri l’hanno scelta per noi. Questo è all’incirca quello che succede nell’affogamento, la vittima muore quando la stanchezza dovuta al tentativo di sopravvivere supera la sua stessa voglia di vivere. Dopo arriva l’ abbandono. La fine sembra indubbiamente vicina quando vediamo la paura mettere radici nell’animo delle persone che hanno vissuto con noi tutto quello che è accaduto negli ultimi tre anni e quando osserviamo la degradazione psicologica diffondersi ovunque ai confini della vita sociale. La favola della crisi può terminare come hanno deciso quelli che l’hanno iniziata. Gli obbiettivi fondamentali sono stati quasi raggiunti. La degradazione interna e la distruzione del mercato del lavoro saranno suggellati dalle nuove misure la settimana prossima. Il meccanismo di socializzazione della spesa e di privatizzazione del profitto è stato ordito e ratificato. Lo stato di diritto è stato distrutto e il potere europeo ultranazionalista detta volgarmente il primo passo verso la formazione di quello che Lenin, come teorico della geopolitica e non come capo del Partito Comunista Sovietico, chiamava “Mitteleuropa” – questo è la Grecia. E lo diventerà anche tutta la rimanente Europa del Sud.
L’establishment sapeva dall’inizio che la crisi era un derivato dello spostamento del baricentro dal mondo occidentale bipolare verso i paesi sviluppati. Per rimanere vivo aveva bisogno di un nuovo paradigma sociale per eliminare i privilegi del mondo così com’era uscito dalla seconda guerra mondiale, specialmente quello dello stato sociale europeo. Questo era il solo modo per sopravvivere nel nuovo mondo multipolare che sta emergendo. Parlando seriamente. Potevano non sapere come, ma i servi del potere sapevano esattamente dove stessero andando  esattamente le cose. E arriverebbero e arriveranno fino alla fine, se ce ne sarà bisogno. Esistono ormai prove schiaccianti del fatto che l’F.M.I. e la Troika sapevano che i programmi strutturali che propongono non funzionano. Lo sapevano sin dall’ inizio, come sapevano che erano in disaccordo tra loro su cosa debba accadere a riguardo, ma hanno nascosto i dubbi per poter imporre l’adeguamento pubblico-economico in Grecia. Lo dicono loro stessi. Basta guardare la lettera di Peter Doyle, che se n’è andato nel Luglio scorso dall’ F.M.I. dopo 20 anni di carriera, come anche il fatto che le trattative sulle condizioni dei memorandum (mnimònio) sono degenerate fino a tramutarsi in un mercato di interessi locali e stranieri e nella svendita di una società intera.Esempio basilare di quest’ultimo fatto è l’adesione, espressa di nascosto e di notte, delle persone giuridiche della pubblica amministrazione (Ν.Π.Δ.Δ.) perché diminuisse il taglio previsto sulla percentuale di debito privato (richiesta degli Europei), mentre avrebbero conservato in maniera soddisfacente le percentuali (richiesta dell’ F.M.I.). A causa di questo compromesso sono stati smantellati economicamente tutti i meccanismi istituzionali, che gradualmente sono stati sostituiti da uno stato poliziesco autarchico, a braccetto con i neonazisti antisistema, figli della stessa madre, per imporre il necessario controllo sulla società. In ogni caso il programma europeo sarebbe proseguito su queste basi. Anche se non abbiamo nemmeno tentato, non avremmo mai potuto evitarlo da soli.
Ma la cosa spaventosa è un’altra. È la metodicità e la mancanza di qualsiasi dubbio con cui il potere locale e i suoi organi eseguono gli ordini e sfruttano i privilegi, anche quando questi non sono più quelli di una volta. È anche la normalità con cui noi tutti ci inventiamo nuovi modi per andare avanti, riconoscendo ma contemporaneamente ignorando il costo che ciò provoca ai limiti umani. Questa situazione è stata schematizzata da Hannah Arendt nello stesso modo in cui ha tratteggiato la figura di Eichmann a Gerusalemme nel ’60.
Credo che il tipo con la scopa alla stazione Larissa la notte del 21 Giugno fosse Eichmann. Questo è il vero orrore. L’orrore non sono i ruggiti dei neonazisti. Il Giano Bifronte di Alba Dorata da una parte è il gladio antisistema, dall’altra agisce come il terzo braccio del potere con interessi. Queste sono buffonate con una data di scadenza. Una schematizzazione dell’ orrore a partire dagli elementi locali. Il vero inferno è “Eichmann”, è l’accettazione cosciente della fine dettata dal potere.  Dobbiamo accettare qui che non abbiamo preparato la fine perché in fondo desideriamo vivere per sempre. Resta quello che viene sempre messo in gioco per ultimo, la scelta della fine che vogliamo avere in una storia che non scriviamo. Non lo sottovalutate, anche se è una piccola cosa ha un enorme significato. Libertà etimologicamente significa  “ciò che verrà” [ελευθερία]: con la certezza che presto la fine arriverà, è un’ ultima occasione personale per scegliere noi la nostra fine. Prima di diventare noi Eichmann.
tratto da parallhlografos guarda anche:


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