Christos Kàtsikas (insengante e scrittore) parla al giornale Eleutheria della scuola della crisi, e delle nuove sfide che un insegnante deve affrontare nelle aule greche.
–  Quanto è stata influenzata la comunità scolastica dalla crisi economica? 
Le conseguenze della crisi economica sono devastanti per la scuola. Ai tagli ai salari degli insegnanti e ai fondi delle scuole, hanno fatto seguito fusioni tra istituti e classi e sovraffollamento degli alunni nelle aule, specie nelle grandi città. Inoltre, il collasso delle strutture ha portato con sé aule gelate a causa della mancanza di riscaldamento, studenti affamati per via della soppressione dei servizi mensa e migliaia di vuoti nei posti di ruolo, che non vengono coperti perché non ci sono più assunzioni.
C’è anche un altro lato che rimane invisibile, al margine del discorso pubblico. Cresce sempre di più il numero degli abbandoni scolastici, mentre è palese e visibile ad occhio nudo il restringimento progressivo di ottimi risultati ad un piccolo gruppo di studenti.
Grazie agli effetti perversi della crisi sulle famiglie degli studenti e ai tagli di bilancio alle spese per l’istruzione, molti osservatori hanno avanzato l’idea che la scuola greca tenda ormai a trasformarsi in una sorta di “industria” dedita alla coltura di un particolare analfabetismo. Come se, in qualche modo, la deriva della società si riflettesse sui voti degli studenti. Una società nella quale i poveri diventano più poveri, ed i ricchi più ricchi. In mezzo, i cocci delle classi medie ormai in frantumi.
A fianco a tutto ciò, un meccanismo perverso promuove la creazione degli “ultimi”, (in greco, ουραγός, chi è di coda, n.d.r.), un gruppo sempre più numeroso, ragazzi provenienti per lo più dagli strati medi della società (figli di agricoltori, operai, impiegati) che girano le spalle all’educazione come risposta al fatto che questa non ha più da offrirgli quello che offriva in passato come prospettive professionali. La domanda, da incubo, “perché dovrei studiare prof?” aleggia nelle aule come un fantasma, lubrificando il terreno al più totale disprezzo per la conoscenza. Un disprezzo che cresce come una malapianta nella generazione che pure ne avrebbe più bisogno, per cambiare sé stessa e dare una scrollata salvifica al proprio futuro.
–  Quali sono le sfide più difficili che deve affrontare oggi un insegnante greco?
Le grandi sfide sono due. La prima è quella di riuscire a trovare modi collettivi per far fronte ai problemi degli studenti e per motivarli. In questo momento c’è bisogno di un enorme movimento educativo che sostenga la scuola pubblica, che sia in grado di capovolgere il “perché studiare prof?” degli studenti, convincendoli che l’educazione non è tanto una questione di conoscenza, quanto una vera e propria questione di vita.
La seconda sfida è quella che riguarda l’attacco spietato che subiscono i diritti dei suoi lavoratori. Tutta una serie di tutele e misure, soprattutto quelle volte a garantire la qualità dell’insegnamento – la “posizione organica”, che definisce la base di insegnamento del professore; gli orari; il diritto di trasferimento – vengono presentate dai nuovi capi del Ministero dell’Istruzione come inutili anacronismi, credenze di vecchia data che non solo dovranno essere eliminate dalla sceneggiatura educativa ma soprattutto dalla memoria collettiva.
Alcune norme, poi, contribuiscono al soggiogamento del corpo docente. La “valutazione” dell’operato e “l’elenco” delle infrazioni disciplinari sono state introdotte dal Ministero per creare un copione lavorativo nel quale il personale didattico diventa ostaggio del meccanismo amministrativo, in preda ad ogni suo possibile persecutore: dalle autorità didattiche sino al singolo genitore “indignato” e lamentoso, o al padroncino locale che ad ogni momento potrà trovarsi in condizione di dettare legge.
Lei crede che il programma annunciato dal ministero potrà affrontare il fenomeno della malnutrizione nelle scuole?
La politica che crea la povertà, la disoccupazione e la fame può solo affrontare come una vignetta il fatto che migliaia di studenti sono malnutriti. Da loro possiamo aspettarci soltanto derisione dei problemi, più che soluzioni.
Cosa pensa del progetto “Atena” e delle riforme in esso previste per le università? 
Vi è un filo logico che collega la riforma preannunciata dal progetto “Atena” e la prospettiva dei tagli, del generale restringimento del potere pubblico a favore di quello privato, della riduzione del numero degli immatricolati e di un maggiore adeguamento delle Università pubbliche alle esigenze del mercato. Il filo in questione è la politica dei memoranda. Come un grottesco inverso della mano di re Mida, ogni cosa che cade sotto alla sua giurisdizione è destinata a diventare cenere.
Il disordine nell’istruzione superiore greca, con facoltà aperte per assorbire i fondi, sedi senza senso, strutture senza personale, o ancora sedi distaccate aperte per raccogliere consensi nei feudi di alcune personalità, tutto ciò è stato prodotto dalle stesse forze politiche che oggi condannano l’educazione universitaria ad obiettivi e termini molto diversi da quelli preannunciati. E questo perché tutta questa operazione non è connessa ad alcuna volontà di razionalizzare e di risolvere i problemi. Non ha alcun legame con l’innalzamento di categoria dell’istruzione universitaria, o col problema delle lauree senza sbocco professionale.
 –  Quale sarebbe oggi il consiglio più prezioso che darebbe ad un suo nuovo collega che entra per la prima volta in classe?
Gli citerei un verso di Kostis Palamas:
diventi insegnante, se per davvero sei un eroe /  

Elementi cattivi ci tengono legati in una Babele, leva il loro sortilegio!
Il nuovo insegnante (ma vale anche per il vecchio) deve lasciare da parte le sue visioni, le sue speranze, facendole tuttavia superare le quattro mura delle scuole e i bassissimi orizzonti di un realismo precostruito. Deve rifiutare il modello dell’FMI e dei mercati, che sognano una gioventù eternamente disposta a squagliarsi come la neve al sole, per poter aumentare le loro ideologie commerciali…
Gli consiglierei di non permettere allo stato-datore di lavoro di trattarlo come tratta l’imprenditore, che desidera una scuola fatta come un negozio e vede l’educatore come un suo dipendente obbediente e malpagato. Lo avviserei di conoscere i suoi studenti non solo con il criterio severo del successo o dell’insuccesso a scuola, ma con tutti gli elementi fondamentali della loro identità sociale. Di dare alle classi un colore diverso, più umano, vivace, sociale. Di sottolineare in tutti i modi e in tutte le direzioni che il sistema scolastico non ha il diritto di creare ragazzi abbandonati.
Gli chiederei di chinarsi sopra ai ragazzi dell’ultimo banco, ascoltando i loro bisogni, di insegnar loro le lettere. Di abbassare il suo cuore dal podio, sentendo i battiti del loro di cuore, di trasformare i suoi studenti in osservatori-attori, eccitando il loro spirito di osservazione, di costringerli a prendere delle decisioni, di offrir loro delle argomentazioni, di spingerli ad un risveglio. Di promuovere il ruolo dell’insegnante-animatore, di rifiutare la sua trasformazione in pusillanime controllore, in notaio di rendimenti.
Da: left  
Apparso originariamente sul giornale Eleutheria: http://www.eleftheriaonline.gr
Traduzione di AteneCalling