Ha viaggiato per settimane attraverso conflitti e malesseri, cercando un po’ di sicurezza. Arrivando a destinazione, ha conosciuto indifferenza e razzismo. La sua storia riassume il dramma dei rifugiati siriani. Lei però non si arrende. Lotta, insiste, rivendica un futuro migliore per i suoi figli, sopravvivendo giorno per giorno in un presente pericoloso.
“Mia madre era insegnante di inglese. Io, però, ho lasciato la scuola dopo le medie per sposarmi”, racconta sorridente la 29enne Jihan, accarezzando la testa del più piccolo dei suoi sei figli, Loulou di 4 anni. “Mio marito era un fotoreporter e vivevamo a Qamishli, nel confine nord-est della Syria con l’Iraq e la Turchia. Avevamo tre negozi, terreni… vivevamo bene”, ricorda.
“Tutto cominciò con i cortei contro il regime e poi seguì la vita costosa. Quello che costava nel mercato un euro, lo trovavi ormai con due euro. Pian piano sono iniziate le esplosioni, le bombe nelle scuole e gli spari tra la gente a sangue freddo. Dal massacro in un paese vicino, nessuno sa quanti sono i morti. Mio marito fotografava i corpi, finché lo hanno arrestato e incarcerato”, racconta con la voce rotta Jihan. Quando le cose sono peggiorate, suo cognato li ha spinti a partire clandestinamente per la Turchia. Tra l’altro, “in guerra come fai a farti un passaporto?”.
“Era Settembre 2012 e le frontiere vicino alla mia città erano chiuse”, continua, “così dovevamo percorrere 400km fino ad Aleppo, per poter partire dal passaggio di frontiera a Bab-Al-Hawa. Per noi sette non hanno chiesto molti soldi: abbiamo pagato all’incirca 600euro per attraversare i confini. Ma i soldi che abbiamo speso per andare da una città all’altra erano molti di più. Abbiamo evitato la strada principale e abbiamo prima viaggiato in macchina, poi a piedi, poi di nuovo in macchina… Dappertutto c’erano dei blocchi stradali, ai quali dovevamo pagare per lasciarci andare. Alcune volte ci hanno sparato. Ero da sola con i miei sei figli”.
Il passaggio in Europa

Dalla città di Reihanli, la famiglia si è trovata ad Izmir. Suo obiettivo era quello di passare di fronte, in una Grecia diversa da quella che alla fine ha conosciuto.
“Non conoscevo nessuno qua, però le informazioni che avevamo dicevano che la Grecia è bella”, spiega Jihan. “Che è ospitale e che la gente ci avrebbe aiutato a trovare una casa e una scuola per i piccoli. Mi aspettavo che fosse veramente bella, Europa vera. Mi aspettavo che si risolvesse il problema dei documenti dal primo giorno e che la mia vita cambiasse. Pensavo di partire dalla guerra e andare verso il paradiso. Che là le donne e i ragazzi sarebbero stati rispettati”. 
In accordo con i trafficanti, Jihan ha aspettato per un mese, finché il tempo è migliorato per poter viaggiare. Nel frattempo, abitava in una mansarda che qualche parente lontano le aveva trovato. “Abbiamo pagato 10.000 euro per il viaggio. Ci hanno detto che ci sarebbe stata una grande nave e sarebbe durato 40 minuti. Un giorno, ci hanno messi in macchina e ci hanno portati al porto. Ho visto il gommone che ci aspettava, sono impazzita. Gli ho detto che non saremmo salito sopra perché saremmo annegati di sicuro. Mi hanno detto che se avessimo provato a tornare indietro, avrebbero sparato contro di noi”. 
Sul gommone c’erano 30 persone, tutti Siriani, uomini, donne e ragazzi. “In totale siamo rimasti in acqua per otto ore. Il mare sbatteva pericolosamente. Quando ci hanno visto i greci, però, ci hanno fatto segno di tornare indietro. Noi siamo rimasti nello stesso punto. C’erano molte onde e tenevo la mia piccola ragazzina nelle mie mani,in aria. Ad un certo punto, stava per cadere e far capovolgere la barca intera. Le onde entravano dentro e cominciava ad affondare. É stato allora che i greci ci hanno preso. Con me portavo due piccole valigie ed uno zaino. In una di queste avevo 6.000 euro, i miei ultimi soldi. Nel panico ho perso tutto quello che avevo”. 
“Siamo arrivati sull’isola di Agathonissi” continua Jihan. “Siamo rimasti per tre giorni in carcere, con i nostri vestiti ancora bagnati. Il documento che ci hanno dato era il foglio di via. Ci hanno messi sulla nave e siamo arrivati sull’isola di Samos. Là siamo finiti di nuovo in detenzione. Dopo essere stati liberati, abbiamo dormito per due giorni in spiaggia. C’era molto vento ed ero costretta a bussare alle porte per chiedere un po’ di cibo per i miei figli. La polizia ha detto che chi non ha 35 euro, non può salire sulla nave per Pireo. Per fortuna, mi hanno dato i soldi altri Siriani che si trovavano insieme a me”.
Una storia ateniese

“A Pireo, tre giovani siriani, mi hanno chiesto dovevo volessi andare. Ho detto che non conoscevo nessuno e non avevo più soldi. Così, mi hanno preso con loro. Siamo rimasti in un seminterrato in venti persone, aspettando di trovare qualcuno disposto ad aiutarci. Un giorno ci hanno buttati tutti per strada, sotto la pioggia. Fino ad oggi, abbiamo cambiato cinque case. Quella in cui abito adesso, è stata affittato da un altro giovane siriano che mi ha visto con i miei figli e si è offerto di ospitarmi. Per vergogna e rispetto, però, lui non viene mai. Mi hanno parlato di un’altra donna che offre aiuto. Anche lei è rifugiata, vedova e suo fratello le manda soldi dalla Norvegia”.
“Per mangiare, vado ai mercati e raccolgo quello che avanza”, continua Jihan. “Io, che avevo una vita bella, vado in chiesa e mi danno da mangiare! Altri siriani mi portano le coperte. Nel frattempo, non so dove si trova mio marito. Chiamare i miei parenti costa e non ci sono linee telefoniche..”.
“La società si comporta in modo ostile”, aggiunge con dispiacere. “Quando sentono i miei figli parlare in una lingua straniera, li scacciano via sull’altro marciapiede. Al mercato, l’altro giorno, una donna ha preso mia figlia e ha cominciato a spingerla. Cosa abbiamo di diverso per essere trattati così? Loro non hanno avuto delle difficoltà? Non hanno vissuto la guerra? Perché ci fanno tutto questo? Ieri ho chiamato due giovani siriani per aggiustare la lavatrice della casa. Mentre stavano entrando nel mio palazzo, è passata la polizia e li ha arrestati. Mia figlia grande è scesa a vedere cosa stesse succedendo. Per poco non hanno arrestato pure lei. Ho pianto tutta la notte. Se toccano i miei figli, posso pure commettere un reato”. 
“Ho pensato di tornare in guerra”, conclude Jihan. “La preferisco alla Grecia. Penso di vendere tutto quello che ho in Siria solo per vedere i miei figli crescere bene, laurearsi e prendere dei bei diplomi. Siamo scappati dalla guerra e dalla morte per vivere tutto questo?”.

Originale in greco: unhcr
Tradotto da atenecalling