Il termine Generazione 2.0 non riguarda qualche “aggiornamento” per il computer del profilo Facebook. Sono invece i nostri compagni di classe, che a casa dei loro genitori parlano il russo, lo swahili, l’urdu, il farsi, l’albanese, il polacco o l’arabo. Le loro madri cucinano in modo un po’ diverso dal nostro. Tuttavia, sono nati nelle stesse cliniche ostetriche degli studenti che posseggono una carta d’identità greca, hanno imparato le stesse lettere dell’alfabeto e pagano le medesime tasse… e tantissimi bolli in più. Perché cosa c’è che li separa dai loro compagni di classe, in particolare dopo i 18 anni? L’identità greca, i documenti, per i quali bisogna pagare i bolli. Dopo l’età di 18 anni questi ragazzi all’improvviso avvertono di perdere le loro vite, rischiano di vedersi bloccate le loro stesse esistenze di fronte ad orde di impiegati, ai quali devono rivolgersi per ottenere l’agognato documento che gli permetterà di rimanere… nel paese dove sono cresciuti.
Nikos Odubitan e Kostas Mafuta mi spiegano che il grupp “Generation 2.0” è nato alla fine del 2005, quando i ragazzi della seconda generazione di immigrati hanno cominciato a diventare maggiorenni e ad affrontare la loro realtà. Hanno unito le loro forze grazie alla campagna delle Donne Africane “No al razzismo dalla culla”, legato ai problemi dei certificati di nascita.
Il gruppo si era un po’ indebolito in seguito all’approvazione della Legge 3838/2010 (o “Legge Ragkousis”), ma la decisione del Consiglio Amministrativo dello Stato, che ha deliberato l’incostituzionalità della stessa e anche di quella in preparazione dall’attuale governo, ha dato nuovo slancio alla compagine, che continua a rivendicare il diritto alla cittadinanza nel paese dove sono nati e cresciuti – e che considerano il loro paese.
Haralambos Athanasiou: La cittadinanza non è diritto di nessuno, esclusi gli investitori 
Un paese dove il vice Ministro degli Interni Haralambos Athanasiou ha dichiarato, la settimana scorsa alla televisione pubblica, che la cittadinanza non è diritto di nessuno, ma è una discrezione dello Stato di attribuirla alle persone che soddisfano le condizioni necessarie.
Secondo Athanasiou, la condizione sostanziale sarà quella di aver studiato per 9 anni in una scuola greca. Non basta “solo” la nascita, ha sottolineato, ma servono l’educazione e l’istruzione. O i soldi, visto che ha aggiunto che è in discussione la possibilità di garantire una cittadinanza “straordinaria” per gli investitori!
Ha ripetuto che tutta Europa vige l’ordinamento previsto della legge 3838/10. Non chiarisce però come ciò sia coerente con quanto accade in Gran Bretagna, dove basta che un solo genitore migrante sia legale per riconoscere il bambino nato sul territorio britannico come cittadino britannico. La legge 3838 vuole che entrambi i genitori del ragazzo siano in regola con i loro documenti, quindi parliamo di tolleranza zero greca.
Per i ragazzi che arrivano in età piccola, ha asserito che una nuova scrittura concederà anche a loro la possibilità di ottenere la cittadinanza greca, dopo aver compiuto 9 anni di educazione nelle scuole greche. 
Nikos Odubitan: Mi chiedevano il visto per il paese dove sono nato! 
Nikos Odubitan è nato 30 anni fa ad Atene, ha fatto le scuole, ha studiato all’Università tecnica e adesso studia alla “Facoltà Aperta”. E’ stato uno tra i cinque che sono riusciti ad ottenere il permesso di soggiorno di lungo periodo, una direttiva europea incorporata dal diritto greco per tutti i bambini nati nel paese. Ne era scaturita una circolare, sconosciuta ed ignorata dai più.
“Neanche gli impiegati del Comune la conoscevano. Ho insisto e alla fine ho fatto vedere la Circolare all’impiegata. Lei l’ha presa e l’ha fatta vedere al suo superiore, e solo dopo hanno accettato i miei documenti. Lo stesso è successo tre anni fa con mia sorella. Ero tra i primi cinque, e 2 anni dopo appena 150 ragazzi avevano ottenuto lo stesso status”. 
Nikos si ricorda anche dell’impiegato del Comune, che gli aveva chiesto il visto di ingresso nel paese alfine di rilasciare il permesso di soggiorno. Visto d’ingresso del paese dove è nato!
“Tra l’altro mi ha suggerito di andare in Nigeria, dove non sono mai stato, di conoscere il paese e di tornare da migrante… nel paese dove sono nato”.
“Per il mio caso, preceduto da quello di Kostas, l’unica cosa che poteva fare la Questura per gli Stranieri, – allora andavano alla Direzione Centrale della Polizia di Attica – quando mi guardavano come se si trattasse di un alieno, era di fare un’eccezione ed emettere un permesso di soggiorno per motivi straordinari. “Non sappiamo cosa fare, è tra i primi casi che arrivano in ufficio” mi avevano detto. C’era un pezzo di carta, come un Post-it, dove non c’era scritto il mio nome, né c’era una foto, ma solo un numero di protocollo e la data. Questo pezzo di carta, il permesso di giorno, era la mia carta di identità, che guardavo ora con estrema attenzione. Quando mi fermavano per fare i controlli, facevo vedere questo pezzo di carta.”
Nikos ha trascorso per due volte da due a tre notti in una caserma di polizia, fino a che la sua cartella non fosse verificata. “Non sono Nikos – dice-, sono questa cartella! A parte le origini diverse, il colore diverso, ti rendi conto che fai parte di una categoria diversa, quella del cittadino-non-uguale. Questa cosa ci ha risvegliato”. 
Kostas Mafuta: “Vai in Africa e torna col visto”
Kostas Mafuta è venuto nel nostro paese quando aveva un anno, e da allora ne sono trascorsi quasi 28. E’ andato a scuola, ha studiato Economia e Commercio all’Università di Atene e adesso lavora.
“Sono diventato maggiorenne nel luglio del 2002. Ho superato l’esame d’ammissione alla Facoltà, da minorenne ero iscritto nei documenti dei mei genitori. Quando sono andato con loro al Comune, sentiamo l’impiegato comunale dirci che per il mio caso non possono darmi un permesso di soggiorno, sarei dovuto andare in Africa, ottenere un visto e ritornare! Per ottenere un permesso di studio. Siamo andati ancora e ancora, ma niente di fatto.”
“Passa un anno e, formalmente, io non sto in Grecia. Troviamo un avvocato che va dal Prefetto, il quale gli dice “c’è un tale ragazzo. Porta i suoi documenti”. Vede i documenti e dice che si tratta di un’arbitrarietà dell’impiegato ed è così che mi viene finalmente rilasciato un permesso di soggiorno autonomo. Questa interruzione nei permessi di soggiorno, ha avuto però come risultato il fatto che io, che con la vecchia legge avrei avuto diritto alla cittadinanza ben prima, adesso non ce l’ho più! Ora ho un permesso per lavoro dipendente”.
Ragazzi e giovani maggiorenni apolidi
Parlando con Kostas e Nikos, la discussione verte sui ragazzi che non possono ottenere un passaporto o altro documento di riconoscimento, nemmeno dalla patria d’origine dei genitori, risultando così come apolidi. “Non sappiamo nemmeno se viene applicata la legge sugli apolidi. Nel nostro gruppo ci sono cinque ragazzi che rientrano in questo caso. Pensate quanti ancora ce ne saranno, se in un piccolo gruppo ce ne sono già cinque” dice Kostas.
L’esempio del loro amico è caratteristico. Samuel ha doppie origini. Sua madre viene dal Kenya e suo padre dalla Nigeria. C’è il consolato del Kenya nel nostro paese, e se il ragazzo non va in Kenya, non sarà riconosciuto. Suo padre non è in Grecia.
Non è stato mai riconosciuto come apolide e la soluzione che si era trovata, con molte – troppe – difficoltà era stata di provare che suo padre fosse Nigeriano, per poter ottenere il passaporto. Adesso però, se non riuscirà a trovare subito un lavoro, sarà espulso in Nigeria, un paese che non ha nemmeno mai visitato.
Michalis Afoliano: “ho lo status del migrante anche se non sono mai emigrato”!
“Sono nato ad Atene e sono il più grande di quattro fratelli. Volevo studiare alle Belle Arti e nell’estate del 2000 vado all’isola di Syros per prepararmi per gli esami di libero disegno dalla mia professoressa. Un pomeriggio, vengo fermato da dei poliziotti su una jeep. Mi chiedono i documenti ed io, ingenuo ed innocente, credevo che bastasse il certificato di nascita che portavo con me. La realtà era un po’ diversa. Sono rimasto tre giorni in una cella piccolissima insieme a due pakistani. Non erano mancate le minacce dai poliziotti: “Ti espelleremo!” e cose del genere. Alla mia domanda – ma dove? -, mi hanno detto “alle frontiere così tornerai da dove sei venuto”.
“Io non sono venuto da nessuna parte. Sono nato ad Atene, come ho detto.”
“E qui è cominciata la paranoia. Perché fino a quel momento la mia realtà era assolutamente integrata con la Grecia. Passo a passo, ti rendi conto di qual è il tuo status. Mi sono trovato di fronte alla domanda: “Sono Greco o no?”.
Ha passato un “calvario di burocrazia, circolari, impiegati disponibili ed altri meno disponibili..”
“Oggi, dopo 10 anni, continuo a prendere il permesso di soggiorno. C’è molta, troppa, pressione per avere il numero dei bolli richiesti e per poter avere lo status del migrante economico, anche se non sono mai emigrato!”.
“Dopo quello che era successo, non potevo più pensare all’ammissione all’Università, come gli altri coetanei. Dovevo ricominciare da zero. Sono entrato alla Facoltà di Design Industriale, ma non ho potuto frequentare, perché la lotta che dovevo fare era enorme. Le difficoltà mi hanno reso più forte e ho potuto vedere più chiaro”. Michalis crede che la soluzione per avvicinarsi e vedere tutto quello che ci unisce, si può dare attraverso l’arte e la cultura, attraverso il dialogo interculturale. Ed è questo che fa, come coordinatore dell’ “Anasa Culture Centre” che mira a favorire il dialogo interculturale tra i popoli, l’integrazione ed il rafforzamento dei giovani di origini africane nati in Grecia attraverso l’arte e la cultura. “Dieci anni di addestramento in questa farragine di burocrazia. Lo sfogo di questa paranoia per me è l’arte” ci dice ed invita tutti i ragazzi di seconda generazione a rendersi conto di dove si trovano, e tutti uniti di affrontare i problemi comuni.
di Zotou Elli
Fonte: avgi
Traduzione di Atene Calling