somalia
Ci sono situazioni in cui non servono molte parole eppure bisogna parlarne, non bisogna tacere.
 
Ieri, fino a tarda sera, a Kallonì c’erano rifugiati somali e siriani. Sono sbarcati nel nord dell’isola di Lesbo e ci hanno messo 11 ore per arrivare al bacino. Sono arrivati a pezzi davanti all’ex ufficio delle imposte e si sono fermati nel cortile.
 
Ieri ho visto di nuovo il dramma di Gesù, anche se con gli dei non sono mai andato molto d’accordo. 
 
Ho visto Gesù di Nazaret in persona dire di nuovo “Ero straniero, ero nudo, ero affamato”…L’ho visto nei loro occhi rossi  per la stanchezza, è uscito dai loro vestiti laceri.
 
Sembra però che dalle sette di sera fino alle dieci, nessun altro abbia visto Gesù là intorno. I fedeli andavano in chiesa per sentire l’inno di Kassianì, vestititi bene, dopo aver comprato il necessario per la festa. Lanciavano uno sguardo freddo ai rifugiati (in Somalia e in Siria c’è la guerra civile!!) e si sussurravano tra loro varie cose, come se fossero in pericolo e qualcosa di inaccettabile era venuto nella loro città. Non hanno fatto niente. La guerra civile, il dolore, l’elemosina, la fraternità (“se state facendo questa cosa ad uno dei miei fratelli, è come se lo faceste a me stesso!”) tutto ipocrisia, tutto paura. Facciamoci adesso il nostro segno della croce all’ “Amen”.
 
Papà- Stratìs [un prete che si occupa da molti anni dei rifugiati e degli emarginati, facendo attivismo reale, n.d.t.] aveva rotto i telefoni a forza di telefonate per coinvolgere le autorità portuali, la polizia, i ministeri, ogni volta la solita cosa, ogni volta le mani di tutti sono legate da un invisibile Ponzio Pilato. Quando nessuno si assumeva responsabilità (siamo ormai a questo punto) abbiamo preso le persone e le abbiamo messe nel cortile della chiesa. Uno spuntino, qualche cosa per l’ igiene personale..Domani? Il taxi non li prende. L’autobus non li prende. L’autorità portuale, la polizia, l’una manda l’altra. Devono camminare altri 45km a piedi fino alla capitale dell’isola Mytilini. Dopo? Niente. Lo abbiamo spiegato. “Cammineremo, cosa possiamo fare?”.
 
A mezzanotte abbiamo lasciato i somali a riposare (come si può riposare sul cemento nel freddo della notte) e siamo andati dal gruppo dei siriani, tra cui c’erano anche dei bambini. Siamo arrivati in macchina fino ad Alykès, nessuno. Saranno in qualche vicolo, da qualche parte là..Siamo tornati indietro. Tutta la sera incubi.
 
Papà-Stratis ad un certo punto, mentre li salutavamo, ha chiesto scusa da parte del paese, della sua patria, dell’isola che ama ma che lo amareggia in ogni occasione. “Chiedo scusa che in questi giorni santi l’unica cosa che abbiamo da offrirvi come greci siano un toast e un succo di frutta. Chiedo scusa che il posto migliore in cui posso mettervi è qui”. Io traducevo con un nodo in gola, pronto a…non so cosa. Rabbia, tristezza, tutto.
 
La stessa situazione da anni ormai. Dal 2009. Uno dei somali ha capito la nostra perplessità e ci ha dato una pacca sulle spalle. “Di’ al prete che qui è un albergo di lusso. E’ migliaia di volte meglio di dove veniamo. Meglio di così non si può” e sorrideva. Sorrideva una persona che in quel momento non possedeva altro che cento dollari in tasca, i vestiti che portava e il proprio corpo.
 
E sorrideva PER NOI, gli acculturati, che abbiamo tutto, perché ci ha visto tristi. Un regalo del genere non me l’ha mai fatto nessuno.
 
C’è da dire un’ultima cosa. Mentre i rifugiati erano in strada, di fronte all’ex ufficio delle imposte, tre persone, oltre a noi, hanno avuto il corraggio e la forza di venire vicino a loro. Una giovane coppia ha portato una scatola di succhi di frutta e biscotti. Ce l’ha data e hanno detto “coraggio” alle persone. Un’altra persona, semplice, in canottiera, di età, vestita in modo informale, è arrivata con una busta di plastica con un po’ frutta ed una bottiglia d’acqua. “Non sapevo cosa portare” mi ha detto, “è un po’ d’acqua da bere”.
 
di Yorgos Tyrikòs-Ergàs
 
Traduzione di Atene Calling