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Mentre il disegno di legge anti-razzista vaga come un trofeo politico della lotta presumibilmente parlamentare, in realtà il razzismo in Grecia si affaccia tangibilmente ogni giorno di più. A parte gli episodi di violenza razzista che vengono pubblicati, sia perché alcune organizzazioni mediano per farli uscire alla luce o perché il ministro Dendias non li nasconde deliberatamente, c’è un volume di casi non registrati che,  ovviamente, non è considerato ufficiale.

Il principio più importante del ‘Deal’ (dell’accordo) dello stato è più o meno noto a tutti i soggetti coinvolti (la polizia, quelli di Alba Dorata e, naturalmente,le vittime: migranti e rifugiati): “meglio non fare la denuncia, perché io ti arresterò e ti spazzerò via”.

Nella sua relazione per il 2012, la Rete di registrazione degli Incidenti di Violenza Razzista ammette che “il numero di episodi di violenza razzista registrato dalla rete è notevolmente inferiore a quello reale.” Inoltre, appena un sesto (24 persone su 154) hanno riferito che hanno proceduto a fare una denuncia formale, mentre 23 dicono che lo vorrebbero fare; tutti gli altri non hanno fatto nulla perché, non avendo documenti legali, hanno temuto il processo di deportazione e il rischio di essere bersagliati dalla piena collaborazione tra Polizia ellenica e Alba Dorata. Il trattamento degli immigrati è tale che a volte vengono distrutti i loro documenti legali, secondo la Rete e secondo un  documento della Direzione della Sicurezza Statale citato dal giornale “Kathimerini”.

Asif, quando è stato attaccato mesi fa da membri dell’Alba Dorata sull’autobus, ha trovato il coraggio di insistere per denunciarli e anche per fargli causa. La causa legale non è stata fatta, ma nonostante ciò la sua avventura è significativa visto che la maggior parte degli migranti decide di non parlare. La squadra “Dias” [squadra della polizia greca motorizzata, n.d.t.], coinvolta nella vicenda, sembrava preferire stringere le manette ad Asif che a quello di Alba Dorata che gli ha dato il pugno.

“Siamo con te, la faccenda è finita” dicevano apertamente al membro di Alba Dorata. “Dovevo andare in ospedale per portare alla polizia il documento che dimostrava che mi era stato fatto del male, ma quando sono tornato lui non c’era più, l’avevano già lasciato andare”, dice Asif. “Gli ultimi 2-3 anni, le cose stanno così nella mia zona. Quando i fascisti sono entrati in casa di un amico e hanno spaccato tutto, lui ha chiamato la polizia. Quando sono arrivati i poliziotti, la prima cosa che gli hanno detto è stata: “stai mentendo! State litigando tra di voi”. Questo è il solito ritornello della polizia che, non a caso, è spesso presente anche nella retorica di Alba Dorata.

Faantì è stato attaccato con i tirapugni nel marzo 2012 dai membri di Alba Dorata, a Petrou Ralli. Non sarebbe andato a denunciarli neanche per scherzo: “assolutamente no, la polizia e Alba Dorata stanno insieme. Anche altre cinque persone che conosco e che sono state menate, non hanno presentato nessuna denuncia”.

Il 13 maggio, in un convoglio che si stava dirigendo verso il Pireo, E. si è messa in mezzo per proteggere un immigrato di origine asiatica da un fascista di Alba Dorata. “Prima ancora di avvicinarsi e iniziare a picchiarlo senza motivo, si è messo davanti a lui e lo minacciava, dicendo con ostentazione al telefono: ‘Io ho qui puntato un pakistano e al porto si sono raggruppati anche altri dieci pronti per menarlo…’ dice a Enfo.

L’immigrato, dopo essere stato spinto, ha iniziato a chiedere aiuto gridando. Alla fine alcune persone si sono messe davanti e lo hanno protetto con i loro corpi, così l’incidente si è concluso con loro che allontanavano il tizio dalla stazione, mentre quello gridava “sangue-onore-Alba Dorata”.

“Il giorno dopo, essendo più calma, mi sono ricordata di tutti i dettagli e sono riuscita a   riflettere su ciò che era successo”, dice E.”Ho pensato di uscire dal palazzo (della stazione), visto che di solito là ci sono dei poliziotti. Ma ho subito escluso l’idea semplicemente perché sapevo che molto probabilmente saremmo stati portati alla stazione di polizia io e l’immigrato, invece che il fascista […]. La mia decisione è stata la più appropriata perché non volevo diventare un bersaglio: 6 poliziotti su 10 votano Alba Dorata, la loro cooperazione durante gli attacchi è palese, mentre i criminali fascisti, se mai vengono catturati, ricevono un trattamento molto “buono”.

A., membro attivo di un’iniziativa che si occupa di attacchi contro gli immigrati, aggiunge a questa narrazione: “Chiunque sia coinvolto in simili casi e si trova da solo, senza nessun sostegno legale e politico, si mette nei guai con la polizia. Uno si può trovare impigliato nel nulla: si possono inventare che tu impedisci loro di lavorare, che oltraggi le autorità, etc.Non ti viene riconosciuto neanche il diritto di difendere un ferito”.

La repressione, quindi, è accompagnata anche dall’imposizione del silenzio. E i meccanismi che la impongono non perdono neanche un’occasione per dimostrare il necessario “atteggiamento”: recentemente, durante uno scambio di parole tra il  responsabile di un’organizzazione per migranti e il comandante di un dipartimento della polizia nel centro di Atene, è stata detta (e purtroppo, senza ricevere nessuna risposta) la seguente frase: “piuttosto che menarli, sarebbe meglio che essi non denuncino proprio”.

Ovviamente, sarebbe una nostra omissione scrivere che se venisse abilitato il provvedimento per “la protezione delle vittime e dei testimoni importanti” nella prossima legge anti-razzismo, citazioni come queste oppure comportamenti simili saranno eliminati.

Infine, per la cronaca e per non lasciare la sensazione di vittimizzazione di queste persone e di tanti altri immigrati che sono stati aggrediti (quelli che hanno parlato a Enfo hanno chiaramente dimostrato di non avere per niente paura e infatti si organizzano in collettivi e iniziative), c’è un caso interessante in corso. Uno studente straniero ha deciso di fare causa ad un altro studente, probabilmente un membro di Alba Dorata, per aver subito delle violenze da parte sua. L’interesse in questo caso non è tanto la cooperazione “armoniosa” con le autorità, ma il coraggio del piccolo che lo ha spinto ad ignorare il consiglio di amici, genitori e insegnanti e molte minacce dal lato opposto, e quindi andare avanti con il processo. Anche se, nel frattempo, le pesanti minacce si sono trasformate in suppliche per il ritiro della causa.

Christos Sillas, 23.05.2013

Fonte: enfo

Traduzione di Atene Calling