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La lotta di ERT è già quello che non hanno fatto in tempo ad essere lo sciopero dei professori e dei lavoratori della metro: è una lotta politica centrale. Lo confermano le migliaia di persone che hanno passato la notte nel palazzo di ERT in Aghia Paraskevi, resistendo alla possibilità dell’arresto in flagranza e cantando “Tis dikaiosynis ilie noite”. Lo dimostrano le mobilitazioni di ieri sera in molte città del paese, ma anche dell’estero. Lo sottolinea la decisione dei sindacati dei media di proclamare gli scioperi a oltranza di 24 ore in tutti i media, decisione che obbliga GSEE e ADEDY [i sindacati del settore privato e pubblico, n.d.t] ad uscire finalmente dal loro letargo. E lo rivela l’immediata mobilitazione di SYRIZA-EKM, dei membri, dei deputati e dello stesso Alexis Tsipras, che si sono trovati affianco ai lavoratori nella sera di martedì, in modo “simbolico”, ma anche all’alba di mercoledì, in modo sostanziale, quando girava fortemente la voce di uno sgombero dell’edificio da parte dei MAT.

Niente di tutto questo era ovvio. Niente di tutto questo, però, era impossibile da prevedere per la leadership di estrema destra di Nea Dimokratia. Forse allora il “decidiamo e ordiniamo la chiusura di ERT” era una mossa oltraggiosa, “irrazionale” del team del primo ministro? Niente affatto.

Un governo che perde terreno a livello internazionale (“buco” di molti miliardi di euro nel programma del Memorandum, ritardi nei licenziamenti dettati dalla troika, piega del “success story” dal FMI, annullamento dell’accordo sulla DEPA, società del gas, con i russi), un governo che all’interno barcolla in continuazione (legge antirazzista, aste delle case di prima abitazione, etc.) e, nonostante tutto ciò, registra ancora un vantaggio nei sondaggi, anche se piccolo, rispetto all’opposizione, è un governo che ha bisogno di una “fuga in davanti”.

Una fuga con obiettivi multipli: economici, nello specifico l’accelerazione dei licenziamenti e il “risanamento” fiscale, ma anche politici. Nel nostro caso, il cambio dell’agenda dopo il fallimento con la Gazprom, la violenta obbedienza di Pasok e di Dimar, l’ulteriore “adattamento” della scena politica al programma antisociale che sta per essere realizzato (vedi al riguardo la posizione di Alba Dorata con riferimento a ERT). Ma anche la missione di un “messaggio chiaro di determinazione per la promozione delle riforme dentro e fuori la Grecia”, come viene riferito oggi da un servizio del giornale Kathimerini.

La lotta di ERT è, quindi, una lotta politica centrale. Non per la difesa senza termini di un modello di funzionamento che porta la firma del governo tripartito, ma anche dei governi precedenti (ed ecco perché non costituisce un'”emergenza”, per cui in realtà non andrebbe affrontato con un decreto legge). Ma per la difesa di una televisione e di una radio che non funzionavano sempre come portavoce di Pasok e di Nea Dimokratia.

Ed è su questo che tacciono, e che non sopportano, tutti i cittadini indignati che pagano le tasse, che in questi ultimi anni si sono lamentati per le tasse sull’ERT. Loro, invece, non sopportano che l’ERT che hanno costruito (nonostante i difetti, nonostante la tendenza ad essere ingoiata dal settore pubblico) ha continuato fino ad oggi a togliere parte della torta ai privati suoi concorrenti: trasmettendo film e musica di buona qualità, rassicurando la validità e la critica per quanto riguarda i programmi di informazione, salvando una parte importante della memoria collettiva e sostenendo la produzione culturale con criteri che vanno oltre il profitto economico.

La chiusura di ERT da parte di una destra sempre in guerra non è una sorpresa: parliamo di un governo che ha scelto come direttore delle notizie Aimilios Liatsos e pensa che può governare per sempre creandosi delle “success stories” grazie ai media amichevoli. Negli anni della tele-democrazia, però, l’attacco alla televisione pubblica riassume i tanti motivi, economici, politici, culturali, per cui dobbiamo capovolgere questo governo. Il guanto è stato alzato: il governare con la forza, come un altro Erdogan, fa correre dei rischi e si paga caro.

Pasok e Dimar [gli altri due partiti che sostengono il governo di Samaras, n.d.t.] hanno esaurito oggi il margine per pretese di differenziazioni dalla Nea Democratìa, visto che sapevano quello che stava succedendo e non sono stati sorpresi dalla decisione di Samaras. I ruoli si sono invertiti ed è proprio questa inversione che dà un significato ai prossimi sviluppi politici: ormai non è solo Atene che guarda verso piazza Taksim.

Di Dimosthenis Papadatos-Anagnostopoulos

Fonte: rednotebook

Traduzione di Atene Calling

Foto di Vassilis Mathioudakis