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È arrivato il momento di mettere per iscritto quello che ho visto in questi giorni.

Iniziamo da giovedì sera. Sono a lavoro, mentre arriva un amico dall’Italia. Ci incontriamo. Una ragazza mi dice che la sua coinquilina non dorme a casa perché va a manifestare contro l’abbattimento degli alberi di Gezi Park. Dice che c’è una bella atmosfera, “Gente che suona”, “sorride”, “si mangia e si balla”. La mia ragazza mi spiega che conosce questa protesta e che ci passa pure lei più tardi. Dico ad Alessandro “Vabbè dai, ormai s’è fatto tardi. Domani passeremo a vedere che succede, così ti mostro anche il parco che è veramente bello”. Ok, torniamo nella parte europea della città e tutto è assolutamente tranquillo. Dormiamo. Ci svegliamo. È venerdì e quando apro Facebook leggo che i manifestanti sono stati sgomberati, vediamo il primo video e rimaniamo sconvolti. La polizia usa una violenza spropositata contro le persone. Le immagini sono più utili delle parole per comprendere cosa è successo:

Parlo con qualche amico che mi dice che sono iniziati gli scontri. Usciamo, andiamo a prendere la metro. Arriviamo alla fermata di Taksim Square e appena mettiamo piede fuori dal vagone respirare è impossibile. I lacrimogeni sono arrivati fin sotto la metro e la fermata si trova almeno 100 metri sotto terra. Niente. Non si può uscire, il fumo è veramente forte, non ti fa respirare, ti senti male, il vomito ti sale fino in gola. Proviamo a camminare un altro po’. Impossibile. Torniamo indietro, ancora non capiamo bene quello che sta succedendo 100 metri sopra di noi. Decidiamo di scendere alla fermata successiva, Sisane. Usciamo. Aria. Si respira. Arriviamo sull’Istiklal, la via principale di Istanbul, il cuore pulsante della città. Dico ad Alessandro, “Non ho mai visto così poca gente, neanche alle 6 di mattina, l’atmosfera è completamente diversa… non capisco”. Andiamo a prendere un cay. Iniziamo a camminare in direzione Taksim square e man mano che avanziamo l’aria cambia sapore. Arriviamo all’imbocco della piazza dove un gruppo di attivisti sta manifestando: persone, bambini, vecchi, signore e turisti si domandano e domandano in inglese che sta succedendo. Qui iniziamo a sentire gli slogan turchi che ormai abbiamo imparato a memoria. Ad un certo punto sbuca da dietro la curva della strada un blindato della polizia che inizia a sparare acqua sui manifestanti. Lo scontro aumenta d’intensità. Comincia la battaglia, i manifestanti indietreggiano di poco, e poi guadagnano terreno. Si capisce che il punto dove ci troviamo è solo un fronte. Arrivano i poliziotti-robocop ed iniziano a tirare i lacrimogeni. Il lancio è fitto, senza tregua. L’aria è di nuovo irrespirabile. La folla scappa. Poco dopo ritorna. Ci si organizza per costruire le prime barricate. Poco efficienti per adesso. Miglioreranno. I lacrimogeni piovono come gocce sull’asfalto. Ma non è pioggia, no, la pioggia cade, qui i lacrimogeni sono sparati all’altezza del viso. Vogliamo cambiare posto, per trovarne uno un po’ più tranquillo. Forse.

Andiamo su una parallela dell’Istiklal. Sembra più riparato. Alziamo lo sguardo e vediamo un carro armato con la scritta Polis parcheggiato tra le macchine in doppia fila. Proseguiamo. Arriviamo in un angolo. Altri scontri. Una ventina di persone si agitano. Iniziano ad arrivare di nuovo i lacrimogeni. Tanti. Ovviamente la traiettoria, ormai l’abbiamo capito, è assolutamente orizzontale. Rimbalzano sui muri. Colpiscono persone. Le ambulanze corrono matte. Ma ci sono gli autobus, i dolmus, le macchine delle persone che continuano a fare le loro corse. Qualche lacrimogeno arriva su di loro. La situazione dovrebbe essere di panico ma non so perché.. non lo è. Dall’angolo spunta di nuovo il super liquidator della polizia. L’acqua utilizzata è di colore rosso. Perché? Per segnare chi viene colpito in modo tale da essere arrestato più facilmente. I poliziotti continuano a sparare lacrimogeni. I negozianti invitano i passanti a ripararsi nei negozi. L’idrante spara nei punti vendita, nei bar. Scappiamo. Troppo vicini. Anche se non stai lanciando pietre il gas te lo prendi, lo senti fin dentro i polmoni. E prima di essere gas è proiettile. Continuiamo a scappare. Non si respira di nuovo. Decidiamo di tornare sul primo fronte. Nessuno. Arriviamo in piazza Taksim. Scena surreale la piazza vuota. Dall’altro lato ancora scontri. La polizia lancia lacrimogeni da un piccolo ponticello. L’aria è di nuovo irrespirabile. Tossisco. Ci rifugiamo nel Burger King. Dall’alto hai un’altra prospettiva. Inizi a vedere la quantità, tanta, di persone che si trovano lì. E che stanno combattendo. Lottano e non si fermano, nonostante le armi del nemico. È Davide contro Golia. Si è fatta sera, e noi siamo nella parte asiatica della città, non capendo bene che piega stia prendendo la manifestazione.

Un amico ci spiega tutto quanto: la vicenda del parco è solo l’ultima goccia, quella che ha fatto traboccare il vaso. La protesta è diventata globale, 10 anni di Erdogan al potere, 10 anni di repressione, di arresti politici, di speculazione edilizia, ponti, subways, canali artificiali, palazzi costruiti senza nessun criterio, sfratti, precarizzazione, religione forzata nelle scuole, proibizione della vendita di alcolici, leggi anti aborto, divieti di baci in metropolitana e così via. La popolazione turca ne ha abbastanza ed è esplosa.

Ci troviamo ad una fermata di metro prima di Taksim, Osmanbey. Appena messo il naso fuori veniamo circondati dai poliziotti: a destra, a sinistra e davanti, la polizia è ovunque. “Oh my god!”, penso. Aspettiamo un po’. Partono i lacrimogeni, un inusuale spettacolo pirotecnico notturno, la scia di fuoco dell’esplosione del fucile che li accompagna. Adesso è panico. Tutti in metropolitana, la gente cade, si rialza, cade ancora. Si cerca di mantenere la calma, inutilmente. Il fumo dei lacrimogeni è di nuovo sotto la metro. Fortunatamente passa un treno. Quasi tutti riescono a entrare. Ritorniamo a casa. È notte. Parliamo sconvolti di quello che è successo. Sarà morto qualcuno schiacciato?

Ci addentriamo nel mio quartiere, Mecidiyekoy. Sono le tre e trenta del mattino. Iniziamo a sentire rumore, man mano che ci avviciniamo vediamo sempre più gente per strada. Capiamo che il rumore proviene dai cucchiai sbattuti con forza sulle pentole. Persone alla finestra applaudono. Sbattono tegami sui davanzali. Nel cuore della notte tutto un quartiere si sveglia per andare a manifestare. Gente in pigiama urla e scende lungo le vie. Chiedo in inglese ad una ragazza “Perché?”. Lei mi risponde “Hai sentito quello che sta facendo la polizia? È troppo.. andiamo a sostenere le altre persone”. Torniamo a casa sfiniti. Nello stesso momento 10.000 persone stanno attraversando il ponte sul Bosforo per andare a Taksim. Gli scontri dureranno tutta la notte.

Andiamo a dormire. Il sonno è agitato, confuso. Quando ci svegliamo vestirsi è cosa veloce, poi usciamo in fretta, la metropolitana è chiusa. Decidiamo di andare a piedi. Per strada migliaia di persone gridano slogan contro Erdogan: “Dimissioni!, Dimissioni!”. Slogan antifascisti sputati in turco. Li abbiamo appresi e gridati anche noi, inizialmente storpiandoli, scatenando l’ilarità degli altri. Poi imparati alla perfezione. Li urliamo senza fermarci, sempre più convinti. Tutte le macchine suonano per incitare la folla che applaude esagitata. La gente è in mezzo alla strada. Arriviamo dove eravamo scappati la sera precedente. Per il momento la polizia non si vede. Ma c’è. Altri cento metri. La folla diventa più compatta. Mi metto su un punto più alto. È allucinante, la gente è tantissima. E questa è solo una delle numerosissime strade che portano a Taksim. Gli SMS di alcuni amici che vivono in altri quartieri mi dicono che gli scontri sono durissimi e anche loro confermano la gran quantità di gente. Ed ecco la polizia, i caschi abbassati, già pronti in assetto antisommossa. E poi la scarica di lacrimogeni, gli spari di acqua che ci colpiscono una, due, dieci volte. Ma restiamo fermi, duri, compatti, uniti. Non abbiamo paura. I manifestanti non hanno paura. Siamo un’unica massa. Fusa. Un unico blocco. Si indietreggia di poco per poi avanzare il doppio. Si scappa certo, ma ci si ricompatta. Ogni attacco della polizia rende la gente più convinta. E poi succede: arretrano. Le persone sono troppe anche per loro. Così tante persone che non si riesce a vedere l’inizio dello spezzone. A Taksim i lacrimogeni vengono buttati dall’alto. Dagli elicotteri in volo. Ci rifugiamo in un tabaccaio. Dalla televisione, che fino ad ora aveva tranquillamente oscurato qualsiasi notizia, apprendiamo che a Taksim qualcosa sta cambiando. Ci sono di nuovo i manifestanti in piazza. Chiaramente c’è anche la polizia, ma è in palese difficoltà. Arriva la notizia più bella: la polizia è stata cacciata da Taksim. La gente per strada è euforica. Tutti sono euforici. Le persone affacciate ai balconi applaudono. C’è chi gira le casse verso l’esterno dalla propria finestra. L’atmosfera è fantastica. Un lungo brivido mi percuote la schiena. Ci dirigiamo verso Taksim. Con difficoltà riusciamo ad arrivarci e lo spettacolo che ci accoglie è meraviglioso: più di un milione di persone urlano e gridano. Piano, piano riusciamo ad arriva a Gezi park. È fantastico. In piazza è ancora meglio. Persone sui tetti degli edifici. Bandiere ovunque. Si respira. Di lacrimogeni per il momento non se ne vedono. La gente si abbraccia.

[…]

Tornando a casa, Ceylan si ricorda di chiamare la madre che si trova ad Ankara. Mi dice: “Lei è più comunista di te, sicuramente sarà andata in piazza a manifestare”. Ad Ankara la situazione è atroce, gli sbirri sono atroci. Chiama. La sua faccia cambia espressione e colore. Le chiedo “Che succede?”, continua a parlare in turco al telefono. Chiude. Due ragazzi sono stati schiacciati da un carro armato della polizia. La madre ha visto la scena “Era lì”, mi dice con un filo di voce, era lì insieme al fratellino piccolo. È ormai certo che la rivolta, la guerriglia, la goccia sono traboccate in tutta la Turchia. Le atrocità, le brutalità, le infamità della polizia saranno più atroci, più brutali e più infami anche in base alle pressioni internazionali.

La gente continua a fare rumore con le pentole e i tegami, in casa e per strada. Ogni occasione è perfetta per urlare contro Erdogan. Ormai abbiamo imparato i cori. Quello che ci piace di più è: “Faşizme karşı omuz omuza!” Significa letteralmente: “spalla a spalla contro il fascismo!”. Arriviamo di nuovo a casa, ci cambiamo e riusciamo per andare a casa di Ceylan. Un’altra volta ancora, respirare è impossibile. Ceylan si sente male. Il fumo dei lacrimogeni arriva dal quartiere accanto, ma è come se fossimo lì. Per strada la situazione è apocalittica: tutti hanno mascherine, maschera antigas, occhialini da nuoto per proteggersi. Noi niente. Raccattiamo un foulard e dell’acqua e riusciamo a proseguire. Arriviamo alla fermata del bus. C’è una folla incredibile. Gli autobus non passano. Si continua a cantare, a urlare la rabbia che sgorga copiosa dal cuore. La folla, compresi noi, decide di andare a piedi ed occupa la corsia preferenziale degli autobus. Poco dopo, l’autobus passa. Ormai è troppo tardi, c’è troppa gente ed è costretto ad andare a passo d’uomo. Migliaia di persone aspettano l’autobus all’altra fermata. Dopo un’ora riusciamo a salire anche noi. Una volta a casa accendiamo la TV. Da oggi in televisione si parla compulsivamente, le immagini dei cortei sono trasmesse ovunque. Vediamo le immagini di Ankara e di Istanbul, ma anche delle altre città. In alcune immagini vediamo gruppi di persone armate di bastoni che solidarizzano con la polizia. Sono fascisti e simpatizzanti del AKP (il partito al potere) che, con il permesso della polizia, hanno iniziato a linciare i manifestanti. La mattina dopo torno a casa. Con il mio amico italiano e il mio coinquilino Alì decidiamo di andare a Besiktas, il quartiere da cui proveniva il fumo dei lacrimogeni la sera precedente. Lì gli scontri non si sono mai fermati. C’è stata addirittura una battaglia tra una ruspa presa dai manifestanti e la polizia. Davvero spettacolare… lasciatemelo dire! Arriviamo prima a Taksim. La piazza è stracolma di persone, di bandiere. La gente balla le danze turche. I giovani non smettono di urlare slogan. Ovunque carcasse di autobus, di macchine e camionette della polizia a testimoniare quello che è stato. Barricate architettonicamente perfette ovunque. Si continua a costruirle. Non ci si stanca, pezzo dopo pezzo. Si è capito che di giorno si può stare relativamente tranquilli, ma di sera e di notte no. Il timore è che la polizia possa attaccare approfittando delle tenebre. Di conseguenza la gente si organizza. Abbiamo difficoltà ad allontanarci dal parco. Troppe persone. È veramente difficile camminare. Alla fine però ci riusciamo muovendoci verso Besiktas. La strada è una serpentina in discesa. La prima barricata, la seconda, la terza… ne contiamo almeno 15, forse di più. Arriviamo alla fine di questa strada e vediamo un gruppo di persone a lavoro. Hanno creato una catena umana e, passandosi mattoni, pezzi di legno e aste di ferro, stanno costruendo un’altra barricata. Scendiamo ancora. Da sopra al ponte si vede un centauro solitario con una bandiera in mano. Sgomma creando cerchi sull’asfalto, incitando la folla che risponde euforica. Alziamo lo sguardo. La polizia schierata come non mai. Ai ragazzi sembra non interessare. Ci avviciniamo ancora un po’. Vorremmo proseguire fino al centro di Besiktas ma è difficile, continuiamo a sentire le esplosioni dei lacrimogeni esplosi come caramelle, un suono ormai familiare. Sassaiola di risposta. Idranti con acqua colorata. Guerriglia. Aria ancora irrespirabile. Mi viene da vomitare. Alì è arrabbiato, se ne vuole andare, ci rendiamo conto che ha ragione, la situazione sta di nuovo degenerando e ovviamente la traiettoria dei lacrimogeni è sempre la stessa, parallela all’asfalto. Scappiamo.

Ritorniamo a Taksim, stanchi e provati. Beviamo 2 litri di acqua a testa. Ci laviamo la faccia più volte. Ma occhi e pelle continuano a bruciare. Decidiamo di andare in posto tranquillo. A Fatih. La situazione è veramente surreale: in città c’è la guerra, ma qua sembra non sia successo nulla. Silenzio, gente che beve cay in tutta tranquillità. Ogni cosa è lenta, lentissima. Nel frattempo gli amici continuano a mandarmi messaggi su Besiktas e Taksim. Non riesco a trattenere una smorfia d’ansia. Mi dicono dei lacrimogeni lanciati dagli elicotteri, degli alberi in fiamme, degli arresti. E qui a Fatih è tutto calmo. Vogliamo andarcene, tutta questa tranquillità è fastidiosa. Facciamo due passi in direzione del tram e sentiamo finalmente cori e sirene. Anche da qui, un gruppetto di persone che si sta muovendo in direzione Taksim. Prendiamo il tram. Scendiamo. L’aria contaminata entra subito dalle narici, facendosi largo nei polmoni. Non abbiamo alcuna protezione. Ancora lacrime e tosse. Raggiungiamo l’Istiklal. La situazione sembra tranquilla. Gezi park. Ci raccontano cosa è successo nel pomeriggio. Ma nessuno è intenzionato ad abbandonare il parco, anzi. Quanto più la polizia si accanisce, tanto più la gente aumenta la propria determinazione. Benzina sul fuoco.

[…]

Inizio a notare che la rivolta ha la sua parte simpatica e umoristica. Un manifesto appeso su un muro dice: “WELCOME TO THE ISTANBUL GAS FESTIVAL! Tanti gusti di gas inebrianti, and totally free!”. Un altro aspetto interessante è che i tifosi delle 3 principali squadre di Istanbul, caratterizzate da un altissimo grado di rivalità ed ostilità, in questi giorni hanno messo da parte le differenze solidarizzando tra loro. La polizia ha sempre represso questo spicchio della società in modo eccezionale. E invece vedi per strada un sacco di ragazzi con la maglietta di una squadra, la sciarpa di un’altra e il cappello un’altra ancora, come fossero tutti dell’ISTANBUL UNITED.

di Luciano Romanello, Istanbul