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Gezi park e piazza Taksim sono stati evacuati sabato dopo il sanguinoso intervento della polizia. Per circa venti giorni migliaia di persone provenienti da tutti i quartieri di Istanbul hanno resistito e continuano a resistere nonostante i continui tentativi di repressione, i lanci di lacrimogeni, le tonnellate di sostanze chimiche e i cannoni ad acqua che sommergevano ogni tanto il parco e che hanno causato la morte degli uccelli e degli animali che erano rimasti. La rivolta di Taksim conta già cinque morti, due persone in coma – clinicamente morte e centinaia di feriti con ferite gravi alla testa provocate dai proiettili dei lacrimogeni.

Ad Ankara e nelle altre città gli scontri dei manifestanti con la polizia vanno avanti da tre settimane e i “saccheggiatori”, termine usato da Erdogan per definire i manifestanti, reagiscono al saccheggio delle loro vite. La repressione ha superato ogni limite. Sabato la polizia ha fatto irruzione nell’albergo Divan dove si erano rifugiati alcuni manifestanti per salvarsi dai lacrimogeni. Ieri gli scontri si sono espansi in molti quartieri di Istanbul, con i manifestanti che, dopo la violenta evacuazione della piazza, cercavano di avvicinarsi al parco; almeno 400 persone sono state arrestate.

Anche molti medici e giornalisti sono stati arrestati durante lo svolgimento del proprio servizio, mentre il funerale del manifestante morto ad Ankara è stato violentemente attaccato dalla polizia. L’Associazione dei Medici turchi ha annunciato che i cannoni ad acqua lanciano acido che causa ustioni contro i manifestanti, e i medici chiedono in continuazione che venga trasmesso quello che sta succedendo là ma viene ignorato dai media turchi. I manifestanti del parco Gezi dichiarano che il loro diritto a manifestare per il parco non è negoziabile e che, anche se verranno cacciati da Taksim, rivendicheranno il loro diritto sulle strade. E se, come dicono, questo diritto verrà “attaccato” anche sulle strade, allora sarà rivendicato dalle finestre delle loro case. Da sottolineare che oggi la manifestazione dei sindacati che avevano proclamato lo sciopero è stata impedita dalla polizia, mentre il governo minaccia  l’intervento dell’esercito.

Taksim, Tahrir, Syntagma, Stoccolma

Si possono trovare somiglianze tra questa rivolta e le altre che si sono verificate in questo ultimo periodo a livello internazionale (movimenti di piazza in Europa, Tahrir, dicembre 2008, la rivolta di Stoccolma e la Comune Parigina). “Tahrir,Taksim, Syntagma, Stoccolma” era scritto su uno striscione per testimoniare che quanto sta succedendo in Turchia è legato all’instabilità di un sistema mondiale che trasforma le vite delle persone in un bene di consumo. La rivolta in Turchia e le rivendicazioni del movimento che è stato creato sono politiche e sono in continua trasformazione. Ma possono essere riassunte in una rivendicazione fondamentale: il diritto allo spazio pubblico e alla libertà di espressione, cioè la Democrazia. Ed è forse anche questo un motivo che, in combinazione con la repressione violenta dei raduni, ha trascinato persone di diversi spazi politici in una lotta comune. Tra l’altro, come dicono anche loro, il fatto stesso che dopo tanti anni migliaia di persone che sentono che la loro vita si trova in una morsa asfissiante si siano rivoltate è di per se uno sviluppo assai importante.

Alterthess.gr si è trovato in piazza Taksim il 7,8,9 giugno, in quei pochi “giorni di democrazia” che hanno seguito il primo intervento della polizia al parco Gezi, cercando di trasmettere la voce dei manifestanti che vogliono un diverso stile di vita e  il loro ottimismo su una Turchia più democratica. A causa dello sciopero dei giornalisti e delle mobilitazioni contro la decisione – colpo di stato del governo greco sulla chiusura di ERT, pubblichiamo oggi il video e le interviste di quei giorni.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=QjwpkoRqEH4
Emin Alper: si tratta di una lotta culturale

“Il tentativo di distruggere il parco è solo un pretesto. Le cause di questa rivolta sono molte e i motivi economici sono i meno importanti. C’è una palese disuguaglianza economica, ma è una situazione che si verifica da tempo. In Turchia l’economia, rispetto al resto del mondo, sembrava andasse bene. Per questo motivo non credo che le motivazioni delle persone che partecipano al movimento siano di natura economica. Si tratta piuttosto di una lotta culturale” dice Emin, professore di Storia all’Università di Istanbul, e continua: “Il governo conservatore cerca di imporre un modo di vita conservatore in una parte occidentalizzata della popolazione. La restrizione del consumo di alcol è una delle questioni. Le tasse sono aumentate del 60%. Sono state vietate le pubblicità di alcol, e le scene in cui viene consumato alcol nelle serie televisive. In più Turkish Airlines non offre più alcol durante il volo.

Nonostante il fatto che Erdogan non sia un islamista tradizionale, ha cominciato a stringere la corda intorno al collo delle persone per soddisfare la sua base. In realtà detesta vedere persone che bevono. Il suo obiettivo è la promozione dei valori familiari della Turchia. In realtà però non sappiamo di quali valori stia parlando. Ha anche minacciato i protagonisti della telenovela “Souleiman” perché nonostante il fatto che venissero trasmesse immagini dell’Impero Ottomano, crede che mostrando dei harem si alteri la realtà storica del personaggio di Souleiman”.

Secondo Emin in questo ultimo periodo Erdogan sta censurando in modo indiretto i media. Aparte cioè il fenomeno della censura diretta che riguarda i giornalisti che parlavano apertamente dei diritti dei curdi e che si trovano in carcere, la censura ormai riguarda anche semplicemente i media che criticano la politica di Erdogan. Erdogan ha già creato un blocco di media che lo sostengono, dando fondi statali ad imprese che lo sostengono. Inoltre fa pressioni ai proprietari dei media che criticano il governo e di conseguenza molti giornalisti sono stati licenziati. I media hanno paura di raccontare quello che  sta succedendo a Gezi.

Inoltre, Emin spiega che il governo detiene pericolosamente il monopolio del potere. “Nella storia della Turchia, stranamente l’unico limite al potere governativo era l’esercito. Dal momento in cui l’esercito ha perso il suo potere non c’è tale limite. Anche il potere giudiziario che avrebbe potuto agire come un limite, è stato occupato da sostenitori di Erdogan. La gente ormai non crede che la giustizia possa proteggerla dall’arbitrarietà statale. Anche all’Università, che fino a poco fa era un’istituzione autonoma, sono state promosse persone di Erdogan in posizioni cruciali” sottolinea.

«Erdogan mantiene una posizione ostile ed egoistica nei confronti dei manifestanti. Crede che non ci debbano essere manifestazioni a Taksim e vuole allontanarle in luoghi speciali fuori dalla città. E mentre da tre anni i sindacati hanno vinto questa battaglia iniziata nel 2007 per manifestare a Taksim, negli ultimi tempi il governo prova a vietare ogni tipo di manifestazione in piazza. Ma la gente non ci sta e reagisce alla repressione e alla politica dei lacrimogeni. In Turchia viviamo da tempo in una “democrazia dei lacrimogeni” » conclude Emin.

Fotis Belinsoy: Nel volto di Erdogan si riassume ogni significato di potere autoritario

“Si tratta di qualcosa che nessuno si aspettava. Niente sarà uguale a prima ” dice Fotis Belinsoy che fa parte della minoranza greca a Istanbul. “Ormai c’è una volontà antiautoritaria dei giovani, non in senso politico stretto. Tayyip con la sua personalità autoritaria e con la politica che persegue è il simbolo ogni potere, che provoca un sentimento libertario nella gioventù” aggiunge.

Per quanto riguarda il carattere della rivolta Fotis Belinsoy sottolinea “La Turchia segue l’onda di incertezza e di esplosioni sociali in Grecia, Egitto, Spagna e altri paesi. Eccezion fatta per la disoccupazione, che non ha raggiunto i livelli della Grecia, in questi ultimi 10 anni molte misure di austerità sono state approvate. Nonostante il presunto sviluppo, nella quotidianità non sono cambiate molte cose. Secondo l’Agenzia delle Statistiche dello stato 11.5 milioni di persone vivono con un salario inferiore a 150 euro. C’è una diffusa insicurezza sociale già verificata. Qui non sta per arrivare il medioevo sociale. Lo stiamo già vivendo, anche se questo sentimento non viene espresso ancora dalla società. In questa rivolta possiamo trovare molte somiglianze con la rivolta del dicembre 2008 in Grecia, ma anche con piazza Tahrir, per quanto riguarda la composizione del movimento in piazza. Lo spazio pubblico svolge un ruolo centrale. La gente reagisce al progetto di ricostruzione della piazza, un progetto di urbanizzazione, e alla relativa trasformazione del suo carattere”.

Secondo lui, la rabbia è al colmo, ed è questo il motivo per il quale gran parte della gente che si trova fuori dalle solite organizzazioni è scesa in piazza e si è mossa in modo collettivo cacciando via la polizia.

“Ormai la gente crede fortemente nella possibilità di azioni collettive di persone semplici, che può portare ad avere dei risultati. E questo mancava da anni, sin dai tempi della giunta di Enver, ma ormai è diventata una realtà” conclude Fotis.

Indipendentemente dagli sviluppi del  movimento, questa rivolta lascia un’importante eredità per il futuro, un’eredità che non riguarda solo la questione ambientale e il violento intervento urbanistico già in atto a Istanbul, ma più in generale i diritti della nuova generazione, e non solo, di vivere con dignità e diritti.

di Stavroula Poulimeni

Fonte: alterthess

Traduzione di Atene Calling