La democrazia diretta delle piazze ha lasciato il posto alla politica dei partiti – uno sviluppo pericoloso, come ci isnegnano le esperienze dell’America Latina.

Ero in piazza Syntagma [piazza centrale di Atene, il cui nome significa “Costituzione”, n.d.t.] ad Atene durante la lunga estate del 2011. Così come le altre centinaia di migliaia di partecipanti, ero colpito dall’abilità con cui persone del tutto comuni – fino ad allora estranee al gioco politico – riuscivano a riunirsi spontaneamente e organizzarsi nella più grande assemblea popolare che Atene abbia mai visto, cercando di rovesciare le misure della austerity neoliberale che il governo avrebbe presto votato, inventando modi in cui la democrazia diretta potesse funzionare in quanto forma deliberativa al di là dello spazio limitato della piazza.

Questo processo orizzontale e autonomo divenne realtà senza alcuna risorsa finanziaria particolare e senza il supporto degli attori politici tradizionali come sindacati o partiti, caldamente interdetti dalla piazza. Avvenne tutto spontaneamente, senza leaders, e dal basso. Non successe solo ad Atene, ma in tutte le piazze della Grecia – formando quello che divenne conosciuto come “il movimento delle piazze” (e non aganaktismenoi, gli “indignados” greci, come li chiamavano i media, un nome respinto dal movimento stesso. In quei giorni, un enorme striscione pendeva sopra Syntagma con un messaggio chiaro: “non siamo indignati, siamo determinati!”).

Un anno dopo, insieme a Jerome Roos, siamo ritornati a Syntagma con l’intenzione di intervistare alcuni dei protagonisti del movimento, oltre che per esplorare più approfonditamente come, effettivamente, l’occupazione fosse riuscita a decollare. “Dobbiamo trovare la persona che aveva portato il microfono!” era la mia ossessione principale in quel momento, che pensavo che il movimento sembrasse spontaneo, ma in realtà qualcuno stava là con un microfono e un sound system già dal primo giorno, quindi se fossimo riusciti a trovare “quello che aveva portato il microfono”, avremmo forse capito chi stava dietro alla chiamata per l’occupazione della piazza. Era, il mio, un ragionamento degno di un San Tommaso.

Parlando con attivisti di Syntagma riuscimmo finalmente a trovare una risposta al nostro interrogativo, ma non era affatto quello che ci aspettavamo: il microfono era stato portato a Syntagma nel corso della prima assemblea da… un musicista di strada spagnolo, che era capitato nella vicina “assemblea greco-spagnola” a Thissio, e che offrì la sua attrezzatura per la vera, prima assemblea popolare di piazza Syntagma. Più tardi, gli anarchici di Exarchìa portarono un impianto migliore, ovviamente, ma l’intera vicenda ci dimostrò che l’occupazione della piazza era a tutti gli effetti quello che sembrava: un movimento senza leader, spontaneo, orizzontale per la vera (diretta) democrazia; un movimento che insegnò alle persone capitate nella piazza in quei giorni che c’è un altro modo per fare politica, non attraverso “rappresentanti” e “leaders” ma tramite la propria partecipazione.

Nonostante questo  approccio democratico e diretto non fosse ovviamente privo di limiti, era comunque uno sforzo “proveniente dalle persone”, come ci disse Dimitris – uno dei facilitatori alle assemblee – nel corso di un’intervista per il documentario Utopia on the Horizon (2012) della ROAR. Altrettanto ovviamente questo esperimento radicale e democratico rese il “popolo” l’attore principale di un cambiamento, per quel poco che durò, escludendo gli attori tradizionali della vita politica e screditando definitivamente il sistema politico del paese. Ma l’estate di Syntagma  non durò per sempre, anche se i 72 giorni e notti di occupazione l’hanno reso la più lunga tra le grandi occupazioni del Movimento per la Democrazia Reale del  2011-2013.

Due anni e mezzo dopo, il 10 novembre 2013, venne lanciato un altro appello per l’occupazione di piazza Syntagma. Questo volta però non c’era bisogno di indagare su chi avesse lanciato l’appello, e nemmeno su chi avesse “portato il microfono”. L’intero evento era stato organizzato dal partito di sinistra radicale Syriza per sostenere la sua mozione di sfiducia contro il governo che stava venendo votata dentro al parlamento (una mozione di sfiducia a proposito della quale nessuno capì perché venisse presentata, visto che non c’era alcuna possibilità per il governo di non sopravvivervi – ma questa è un’altra storia).

Ovviamente, il partito aveva fatto in modo di avere un grande palco (e un costoso impianto) cosicché i suoi esponenti potessero rivolgersi alle folle, oltre ad aver invitato numerosi artisti ad esibirsi nella piazza. Naturalmente non c’era alcuna assemblea popolare – l’attrazione principale della serata fu il discorso del leader di Syriza Alexis Tsipras dall’interno del parlamento. Tuttavia, nonostante Syriza avesse già pensato all’impianto audio e non vi fosse il bisogno per alcun musicista girovago spagnolo di farsi deus ex machina per salvare la situazione, l’appello del partito a occupare la piazza non venne partecipato che da una piccola frazione della folla che frequentava le assemblee popolari di due anni prima, né aveva la stessa passione, creatività, o speranza. Ad ogni modo, l’happening di Syriza dimostrò una cosa: che i “partiti” e lo “stato” sono di nuovo il fronte principale di resistenza politica oggi in Grecia, e Syriza è l’espressione principale di questa tendenza.

Molti nella sinistra europea e nordamericana guardano a Syriza con speranza e meraviglia. Ma è davvero un buon segno che un partito abbia “rubato la piazza” dei movimenti usurpandone l’energia? Non dovremmo preoccuparci del fatto che l’esperimento diretto e orizzontale delle piazze sia stato fragorosamente soppiantato dalle vecchie forme gerarchiche della politica elettorale e rappresentativa? Non dovremmo essere turbati da come le assemblee popolari siano state sostiuite dai discorsi di un leader di partito nel parlamento? Forse dovremmo osservare le esperienze di un altro continente – l’America Latina – che ha già una lunga storia in proposito, e imparare una o due lezioni.

Nel suo ottimo libro Territories in Resistance: A Cartography of Latin American Social Movements, Raùl Zibechi esamina il decennio della “marea rosa” in America Latina giungendo alle seguenti conclusioni. Primo, in tutti i paesi toccati dalla “marea rosa” (che ha portato al potere governi di sinistra in Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Nicaragua, Ecuador e altri), e nonostante le molte differenze tra un paese e l’altro, c’era un carattere fondamentale comune a tutti gli stati: il ritorno dello stato ad agente principale del cambiamento. In secondo luogo, i movimenti protagonisti delle più importanti mobilitazioni tra i la fine dei ’90 e l’inizio dei 2000 (i piqueteros in Argentina, i partecipanti alle guerre dell’acqua e del gas in Bolivia, i lavoratori senza terra in Brasile, e così via) sono stati marginalizzati o neutralizzati attraverso la repressione dello stato o la cooptazione, aprendo la via al “partito” come massima espressione dei bisogni e desideri popolari, e all’allineamento della lotta radicale per l’emancipazione dei movimenti stessi.

Per quanto riguarda l’Argentina nello specifico, laddove gli esperimenti di democrazia diretta degli anni 2001-2003 lasciarono il posto al neo-peronismo della Kirchner, Benjamin Dangl scrisse che “la Kirchner distribuiva le briciole, mentre quello che molti chiedevano era la rivoluzione”. In Bolivia, invece, Oscar Olivera – portavoce del Coordinadora por la Defensa del Agua y la Vida durante la leggendaria Guerra dell’acqua di Cochabamba – descrisse in questo modo il primo anno del governo di Evo Morales:

“Ora che il Movimento per il Socialismo [di Morales] occupa lo spazio statale, ha cominciato a cooptare e controllare i movimenti, così da smobilitarli tramite le loro stesse rivendicazioni specifiche e legarli agli interessi del governo. Lo stato sta espropriando delle capacità che avevamo restaurato a costi molto alti: la capacità a ribellarsi, mobilitarsi, organizzarsi e avanzare proposte. Danno posizioni istituzionali a portavoce dei movimenti, ambasciate a leader del sociale, e si disfano o stigmatizzano quelli di noi che non vogliono entrare nelle istituzioni, ma piuttosto rompere con esse, alludendo che siamo finanziati dalla destra.”

Le briciole della Kirchner e le offerte di Evo sono riuscite a fermare qualsivoglia processo rivoluzionario fosse in atto sotto la superficie sociale, conducendo a chiederci ancora una volta perché i movimenti sociali si perdano sostanzialmente ogni qual volta il centro-sinistra arrivi al potere. Stiamo assistendo allo svolgersi di un processo simile in Europa adesso, col sorgere di Syriza in Grecia? I movimenti di emancipazione radicale si stanno facendo allineare in favore dei partiti e della conquista elettorale del potere statale? L’esperienza latinoamericana è lì ad avvertirci, e faremmo bene a farvi attenzione. Altrimenti, saremo condannati a ripetere gli stessi errori ancora, e ancora.

(english original version here)

di Leonidas Oikonomakis

Tradotto da AteneCalling.org

Fonte: ROARMag.org