kat1[1]

Dicono che la crisi sia un’occasione. Vale quindi la pena analizzare come i governi greci abbiano preso la crisi come un’occasione per il sensibile settore dell’Istruzione. Con la prima apparizione della crisi si profila un nuovo quadro istituzionale per le università, la nota legge Diamantopoulos, che prova a imporre un tipo di amministrazione del tutto estraneo in Europa, minando il carattere pubblico, accademico, amministrativamente indipendente e democratico delle università. Le università greche hanno dato allora una grande battaglia che alla fine hanno vinto solo in parte, riuscendo ad allontanare tre grandi pericoli prospettati da questa legge. Primo, hanno impedito che venissero formati i Consigli di Amministrazione, cioè potentissimi organi costituiti principalmente da personalità esterne alle università che dovrebbero amministrate le università con un sistema centralizzato, senza rappresentanza delle unità accademiche e in maniera dispotica, senza rendere conto di nulla alla comunità accademica. I Consigli di Istituto [Συμβούλια Ιδρύματος, n.d.t.], che sono stati istituzionalizzati al posto dei Consigli di Amministrazione, sono invece organi di controllo che lasciano spazio al Senato Accademico e al rettore per quanto riguarda l’amministrazione. Secondo, hanno assicurato l’elezione dei rettori e dei presidi di facoltà anziché la nomina da parte del Consiglio. Infine sono riusciti a conservare la struttura accademica delle università, come accade in tutto il mondo civilizzato, con organo accademico principale il Dipartimento.

Subito dopo arriva la seconda piaga, l’austerità, che disarticola le università con un taglio dei finanziamenti pubblici del 60%. Riduzione che va indubbiamente oltre la razionalità e che non può essere affrontata senza una riduzione delle funzioni e quindi dell’oggetto naturale degli istituti. Oggi viene data una grande battaglia per far sopravvivere le università, perché cioè continuino a funzionare le basilari attività di istruzione e ricerca, nel momento in cui il numero di studenti continua ad aumentare ogni anno, facendo aumentare così anche le spese per il funzionamento delle università. Arriva, infine, la terza politica, quella della disponibilità, che dà il colpo di grazia a otto delle più grandi università del paese, allontanando in maniera ingiustificata utile personale di servizio. Sembrerebbe una politica insensata, poiché non giova per nulla al paese, perché distrugge istituzioni utili e produttive. Se però si uniscono le tessere e si guarda all’immagine completa, si individua una precisa intenzione politica: non vogliono solide università pubbliche in Grecia.

E non le vogliono fondamentalmente per due motivi: quello evidente è che vogliono aprire il “mercato” ai privati, indebolendo il grande antagonista, il pubblico. La seconda causa è meno evidente: nell’epoca odierna della mercificazione della conoscenza chi controlla l’istruzione e la ricerca detiene il potere. Per questo anche le pari occasioni alla conoscenza e alla formazione sono occasioni per lo sviluppo economico e il benessere sociale. Oggi le università difendono questa verità come luoghi di libero pensiero ed espressione e di conseguenza anche come luoghi di resistenza contro le pianificazioni politiche. Lì dove i tg delle otto provano a disorientare la società, arrivano le università a ricordare qual è la verità. Per questo le università non piacciono al potere. Le vogliono in catene, le vogliono sorde e mute, le vogliono schiave del sistema. Ma in Grecia le università, come sta venendo dimostrato ancora una volta, lottano in nome della società greca perché ci sia ancora un domani per questo paese e non piacciono perché danno fastidio svelando la verità.

Vale qui la pena sottolineare che ancora nel bel mezzo della crisi le università continuano a produrre risultati economici significativi. L’ ΑΠΘ [Università di Salonicco, n.d.t.] ad esempio, per ogni euro che prende dallo stato, ne guadagna 4-5 attraverso la ricerca e fornisce ogni anno 3.000 nuovi posti di lavoro a giovani ricercatori, dando così una soluzione ai problemi della disoccupazione e del brain drain. L’università pubblica è quindi anche una struttura che genera profitto e che sostiene l’economia nazionale in un periodo di assoluta depressione economica. Ciononostante, il Regime prova non solo a indebolirla, ma addirittura a distruggerla…

Dunque oggi la questione, per quanto riguarda le università, non è se verranno cacciati o meno gli impiegati amministrativi. La lotta delle università è la lotta della maggioranza schiacciante dei greci non privilegiati che resiste di fronte a chi vuole tornare all’epoca della Miseria, quando solo i figli dell’élite economica e della classe dominante avevano la possibilità di studiare.

Oggi per studenti e studentesse non è in gioco solo la perdita di un semestre, come ipocritamente viene sostenuto, ma la perdita di infiniti semestri in una Grecia che non avrà nemmeno più il diritto di avere speranze…

di Ghiannis A. Mylòpoulos (professore, rettore dell’Università di Salonicco e presidente dell’Assemblea dei Rettori)

Fonte: efsyn.gr

Traduzione di AteneCalling.org