FELEKIS-6_vice_670

Ho incontrato Ghiannis Felekis per la prima volta dieci anni fa – ero ancora una studentessa, durante le grandi manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq. Folti capelli grigi e kefiah, correva su una vecchia BMW con sidecar tra la gente, i lacrimogeni e il fuoco. Abbiamo viaggiato insieme fino a Parigi  per la grande manifestazione del Social Forum europeo e abbiamo dormito accanto a centinaia di persone nella palestra che il comune aveva messo a disposizione. Certe notti noi studenti ci radunavamo intorno a lui e non smettevamo di fargli domande. Ghiannis è una figura mitica della Grecia contemporanea. E’ partito da un paese di Arta e ne ha vissute tante.

La rinascita dei sindacati degli anni ’60 e le celle nei sotterranei della caserma della polizia segreta del regime militare, fino ad arrivare a Exarchia insieme a Katerina Gogou [poetessa, n.d.t.] e Nikolas Asimos [cantautore, n.d.t.]. E’ proprio a Exarchia che l’ho rivisto l’altro giorno: era lo stesso di sempre, con i capelli un po’ più grigi e una sciarpa rossa intorno al collo. Ha parcheggiato la sua moto in via Koleti e siamo saliti agli uffici del primo piano a mezzogiorno. Quando ce ne siamo andati era già notte. Ha iniziato a parlarmi con la voce roca di quelle persone che smettono di fumare solo quando vanno dormire – tra tonnellate di libri, foto di Marx e Lenin e vecchi poster. È stato disponibile a raccontare con umorismo e lucidità una storia uscita dalle biografie ingiallite dei rivoluzionari del XX secolo. La storia della sua vita.

Nel 1989 durante l’occupazione del Ministero della Giustizia. Sullo sfondo  Fotis Kouvelis, ministro del governo Tzannetakis.

<<Sono nato in un paese arido e misero nella provincia di Arta, che non aveva né una produzione agricola né allevamenti. In terza elementare già lavoravo, con le capre o nei campi. E visto che portavo qualche uovo al maestro ho finito la scuola elementare. Poi sono andato ad Arta e ho fatto il lattaio – 18 ore di lavoro al giorno per 3 dracme.

Nel 1958 sono venuto ad Atene. Ero un ragazzino, avevo 15 anni. Era il periodo in cui il movimento sindacale cominciava a riorganizzarsi dopo la catastrofe della guerra civile. A capo dei sindacati c’erano persone che sapevano trarre il meglio dalle capacità di ciascuno, come è successo a me, che venivo da una famiglia di destra e pensavo che il re ci avrebbe salvato e sciocchezze del genere. Io, visto che dall’età di 11 anni ho dovuto lottare per vivere, capivo le differenze di classe, ma ero politicamente ingenuo. Ho lavorato in varie caffetterie, ma dovunque andavo a lavorare, se vedevo qualcosa che non mi piaceva, subito litigavo con i padroni. Ogni due-tre settimane rimanevo senza lavoro e andavo al “Neon” [storica caffetteria ateniese,n.d.t.], che era il ritrovo dei camerieri. Se qualcuno voleva trovare un lavoratore, veniva là. Poi mi sono imbarcato.

Con l’attuale deputato di DIMAR Thodoro Margaritis durante una manifestazione

In quegli anni era molto difficile imbarcarsi nella marina mercantile se eri  “di sinistra”, anche se il tuo  bisnonno – per dire – aveva combattuto al fianco di Kolokotronis nella rivoluzione del 1821. Mi ricordo una volta in Portogallo, dovevo fare rifornimenti per il viaggio. Ci hanno portato carne argentina che avrà attraversato tutta l’Argentina prima di essere macellata: era talmente andata a male che il grasso diventava farina quando lo toccavamo. Mi sono lamentato. Il capitano si è girato e mi ha detto: “Sei un cretino, loro mangeranno vitelli da latte e tu tornerai in Grecia legato”. E così è stato: sono arrivato legato al ministero della marina mercantile. Là mi hanno minacciato, mi hanno picchiato e mi hanno tolto il diritto di viaggiare, ma non mi hanno preso il foglio marittimo, quindi sono riuscito a imbarcarmi di nuovo…

Sulla seconda nave ho trovato alcuni libri di Tolstoj e Gor’kij. Li ho letti e sono diventato di sinistra. Quando sono ritornato ad Atene con i soldi che mi avanzavano ho comprato a Monastiraki tutti i libri che mi sembravano russi. Allora ogni libro costava due-tre dracme. Ho speso 6.000 dracme, pensa quanti libri ho preso! Alla cassa il vecchio – che aveva visto cosa prendevo – mi fa: “ti regalerò anch’io un libro”. Non l’ho nemmeno guardato. L’ho visto per la prima volta a casa, quando ho aperto la scatola. Era La rivoluzione tradita di Trotsky. Mi ha colpito moltissimo…

Quando hanno fatto il colpo di stato svolgevo il servizio militare. Ho finito nell’agosto 1967, avevo svolto il servizio in un’unità dove avevano radunato tutti quelli segnalati [dal regime, n.d.t.], la 516 di Xanthi. I primi giorni era dura, pestaggi, minacce e 2-3 che predicavano in favore della giunta. Avevo conosciuto Pattakos quando servivo a Goudi. Ero un conducente di carro armato. E’ stato lui a farmi diventare conducente di veicoli pesanti, dopo aver fatto il conducente di carri armati. A Salonicco mi hanno tolto la patente e mi hanno messo a lucidare i rottami.

Durante i fatti del Politecnico ero nell’Assemblea Operaia. Ricordo che il giorno dell’irruzione eravamo appesi a grappoli ai cancelli. Con l’urto del carro armato nello sfondare la porta, la limousine del rettore che avevamo usato come barricata si è fracassata. È in quel momento che è stata ferita Pepi Rigopoulou. Era pieno di poliziotti, a perdita d’occhio. Passavamo tra di loro, ci davano calci e pugni e non capivamo più niente. A un certo punto per le botte sono caduto per terra e andavo gattonando. Ci hanno curato nell’albergo vicino. Ci siamo nascosti in alcune baracche di Arapakis – allora capo della marina militare – in un fossato a Penteli, tra milioni di pulci e senza avere nulla da mangiare. Con il passare delle ore uno a uno uscivamo e ci presentavamo alla caserma di polizia di Chalandri.

Sono uscito anch’io e fuori mi aspettava la polizia militare segreta. Sono rimasto per due mesi là. All’inizio mi torturavano per tutto il giorno con la φάλαγγα [fàlanga, tortura che consiste nel colpire con un bastone le piante dei piedi del detenuto, legato e sdraiato sulla schiena o addirittura a testa in giù, n.d.t.]. Ero talmente gonfio che anche se mi facevano un cenno, sentivo dolore. Le scarpe non mi entravano più. La mia cella era di cemento, non c’era nient’altro. E dovevo stare sempre in piedi. Se mi mettevo a sedere, entrava una guardia e mi picchiava finché non mi rialzavo. È stato così per dodici giorni. Il dodicesimo giorno sono crollato. Ho cominciato ad avere delle allucinazioni, vedevo preti in bicicletta, acqua che scorreva dalle fontane. Poco prima di crollare sono caduto addosso alla guardia. Da allora ho ancora problemi a stare in piedi. La vigilia di Natale ci hanno portato a Ghiaros [isola delle Cicladi utilizzata in passato come luogo di confino degli oppositori politici, n.d.t.] Ero insieme a Stavros Paravas, Pantelis Voulgaris ed altri. Dopo la caduta della dittatura ci hanno liberato.

Sono stato arrestato parecchie volte anche dopo la caduta del regime. Nel 1977 alcuni palestinesi e tedeschi hanno dirottato un volo della Lufthansa. Sono atterrati a Mogadiscio e chiedevano la liberazione dei detenuti politici della RAF nelle celle di isolamento di Stammheim. Le forze speciali tedesche hanno ucciso i dirottatori, mentre al contempo molti detenuti nelle celle di isolamento sono stati trovati morti. Stando a quanto si dice li hanno “suicidati”. Abbiamo organizzato una manifestazione a Propilea il pomeriggio del giorno successivo. La manifestazione è finita senza tensioni, ma alle 4 del mattino sono entrati in casa mia una decina di uomini della sicurezza insieme al procuratore. Ospitavo a casa mia un italiano e volevano prendere anche lui. Pensavano che eravamo coinvolti in una cospirazione internazionale.

Dopo la manifestazione ad Atene alcuni dei primi gruppi di anarchici avevano distrutto alcuni chioschi elettorali e danneggiato alcune banche. Erano state arrestate otto persone come mandanti morali tra gli attivisti che avevano organizzato la  manifestazione a Propilea. Avevano preso anche Nikolas Asimos “come compositore di canzoni sovversive che con i suoi versi istiga i giovani a spaccare vetri”. Siamo rimasti nella stessa cella con Asimos per qualche tempo. Ci eravamo conosciuti a Exarchia, dove mi ero trasferito nel settembre del 1974. Era pazzo, era volgare quando parlava ma era estremamente brillante – scriveva anche versi molto belli. La sua ultima casa è in via Kallidromiou. E’ là che si è suicidato. In piazza Exarchia incontravo spesso anche Katerina Gogou, in condizioni pessime: <<facciamo qualcosa Ghiannis, ci stanno distruggendo con l’eroina. Fate qualcosa che ci organizziamo…>> mi diceva..

Exarchia era anche allora piena di polizia e sotto assedio. Io ho trovato una casa vuota, l’ho ristrutturata da solo e ci ho vissuto per alcuni anni. Allora nella zona c’erano solo delle caffetterie e alcune taverne. Il “Tutankhamon” era uno dei primi bar, vicino a via Solonos. Ero uscito dal carcere nel 1978 e in tre anni Exarchia era diventata piena di locali. Era finita l’era delle “boite” [locali molto piccoli che servivano alcolici economici e in cui si ascoltava la musica del Neo Kyma, nuova onda n.d.t.]. Nel frattempo hanno aperto anche i rebetàdika [locali dove si eseguivano revival di musica rebetica, n.d.t.]. La “Storia del Rebetico” è stato il primo. Tra i locali più emblematici c’era il “Dada”, che passava musica rock, ma poi metteva anche un po’ di Chadzidakis. Sono apparsi alcuni piccoli locali con musica dal vivo di nuovi gruppi che nascevano allora, a parte quelli vecchi che c’erano già, come Poulikakos. Io ero un rocker da prima e mi piaceva che Exarchia fosse diventata dopo Plaka l’epicentro del divertimento. Venivano qui da tutta l’Attica.

A un certo punto, a causa della mia attività di sindacalista, non potevo svolgere da nessuna parte il mio mestiere di litografo. Allora, ho deciso con la mia compagna di aprire un’attività nostra. Io ovviamente ero già pieno di debiti. C’è stato anche il colpo di stato in Turchia e la mia casa era diventata un secondo Lavrio [paese greco sede di un centro per rifugiati, n.d.t.], pieno di rifugiati. Alcune volte la porta non si apriva. Trovavi fino a 30 persone che dormivano per terra. Chiamavano in tutto il mondo. Nel 1981 dovevo pagare una bolletta telefonica di 140.000 dracme, il salario medio era di 6 -7.000 dracme. Così ho aperto un rebetàdiko con piccoli gruppi. Però era vietato ballare lo tsifteteli e applaudire.

Poi l’ho fatto diventare un locale rock, con il nome di “Paliakò”. E’ stato un successo. Dal 1985 fino al 1989 era tra i più noti locali di Exarchia. Esclusivamente rock. Facevamo una sola eccezione: nella zona c’erano molti ragazzi rom, scesi da Komotini e che vivevano a Gazi, che venivano nel locale per vendere qualche fiore e mi dicevano <<zio, zio mettici qualche canzone di Burnelis per ballare>>. Facevo questa concessione e loro salivano su e davano spettacolo. Col tempo “Paliakò” è diventato un punto di incontro per tutti gli studenti – occupanti del periodo. Era pieno di vita. Venivano studenti da Lamìa e Flòrina e giravano per Exarchia aspettando che aprisse il locale.

Durante tutto questo percorso non sono mai mancato a nessuna manifestazione. Mi ricordo di Arkoudèas [ex capo dei MAT, poi capo della polizia greca, n.d.t.] che girava per Exarchia durante la famosa operazione “Aretì” [virtù, n.d.t.]. <<Perché non andate alla facoltà di Chimica che lì c’è anche l’immunità?>> ci ha detto una volta. Siamo passati lì davanti ed era pieno di membri di EPEN [partito nazionalista che sosteneva la dittatura, n.d.t.]. Mi ricordo un’altra volta quando era venuto Jean Marie Le Pen per parlare all’hotel Karavel – il primo che ha iniziato a picchiarmi era un cliente del “Paliako”. Dopo è diventato un tossico in piazza Exarchia. Non ho mai capito quale fosse la sua relazione con la polizia. Prima avevo conosciuto anche Krystallis – allora faceva parte dei giovani della EDA [Sinistra Democratica Unita, n.d.t.]. E’ stato arrestato nel 1989 e si è scoperto che era un informatore.

Per molti anni sono andato in vacanza a Lefkada, in una costruzione provvisoria su una spiaggia molto tranquilla, poco prima di Aghios Nikitas. I miei amici lo hanno battezzato il “Felekistan”. Ci sono andato dal 1984 al 2004. Dopo il terremoto ho smesso. Venivano le madri con i loro figli e gridavano <<Felekis, fai le patate>>. Abbiamo organizzato banchetti incredibili. E ovviamente facevamo tutti rigorosamente nudismo. Begli anni. Sono in pensione dal 2008. E sono ancora qui.

di Maria Louka

Foto di Aléxandros Katsìs

Fonte: vice.com

Traduzione di AteneCalling.org