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Vi ricordate questa foto dell’ospedale Evangelismos di Atene, uscita qualche tempo fa e che raffigurava il pronto soccorso stracolmo di pazienti ammassati come sardine? Mi è capitato di trovarmi lì un sabato notte e posso dire che è cosi. Per ogni giorno della settimana c’è un solo ospedale di Atene a cui portano le emergenze da tutta la città. Il risultato è la seguente storia ai limiti dell’incredibile.

Classico party Erasmus. Un amico alza il gomito come se non ci fosse un domani e inizia a sentirsi davvero male. Risponde poco e male agli stimoli degli altri presenti. Vomita a getto continuo e non riesce a stare in piedi. Decidiamo di chiamare l’ambulanza che si presenterà solo 40 minuti più tardi. È comprensibile che non possa essere definita un’emergenza ma 40 minuti sono davvero tanti. Salgo con il mio amico nell’ambulanza che in pochi minuti, per via della distanza (ma comunque in tutta calma), ci porta di fronte al pronto soccorso dell’Evangelismos. L’infermiera (l’unica persona umana in tutto l’ospedale) scarica il ragazzo all’interno della corsia delle emergenze, dicendomi di aspettare fuori. A questo punto perdo il contatto visivo con il mio amico. Sono speranzoso, insomma starà bene, niente più di una pesante sbornia che si risolverà velocemente e senza problemi.

Mi guardo intorno non senza un certo spaesamento. Una moltitudine di familiari attende fuori. Via vai continuo di infermieri, dottori e personale della sicurezza che esce ed entra da una porta ogni volta diversa. Le lancette si muovono, il tempo passa. Un’ora e nessuna notizia. Nella testa comincia a salire una certa tensione. Qui parlano una lingua diversa e se mi fossi perso qualcosa? Cosa faccio? Tic tac. Da una porta esce un ragazzo della sicurezza con un foglio in mano, chiama un nome, i parenti si fanno avanti ed entrano con lui nel pronto soccorso. Ok, non è difficile, alla fine è un ospedale come tutti. Devo solo aspettare che chiamino il suo nome, farmi avanti e sentire come sta. Vado su e giù per il corridoio con le orecchie aperte pronto a cogliere un segnale. Niente, le lancette continuano ad andare avanti. Un’altra ora scocca. E se gli avessero detto di uscire e lui, non vedendomi, si fosse incamminato verso l’appartamento. Torno a casa? Magari è cosi ubriaco che non si ricorda che l’ho accompagnato e ora sta già sotto le coperte. No, non ha soldi né giacca, non è possibile. Decido di farmi avanti, la porta è aperta e posso vedere solo una parte dell’interno. Pazienti imbarellati, uno accanto all’altro. Penso alla foto. Non lo vedo ma in quel momento un infermiere invoca tre volte il suo nome, nessuna riposta. Lo fermo, mi presento sono il suo amico. Boh! Non lo troviamo risponde. Mi lascia così spiazzato che non faccio in tempo ad articolare una risposta che lui se ne va. Il tipo della sicurezza chiude la porta mettendo fine alla conversazione più corta e senza senso della storia. I dubbi salgono. Come non lo trovano, è vero che se n’è andato allora. Gabbia di matti. Che faccio adesso?

Arriva una signora in barella visibilmente provata. Sta dormendo. Il barelliere la lascia davanti alla porta e non chiede, ma strappa con forza il foglio che lei tiene in mano per consegnarlo al primario. La signora si sveglia di soprassalto guardandosi intorno confusa. Mi affaccio nuovamente alla porta. C’è una dottoressa che chiama a gran voce il mio amico. Oh un’altra persona che lo chiama, quindi un’altra persona che non ha la minima idea di dove sia. La blocco e le chiedo dov’è. Al sentire la stessa risposta di prima, domando come è possibile che un paziente sparisca nel nulla. Risponde (decisamente piccata) che forse se ne è andato e mentre mi sbatte la porta in faccia aggiunge: non possiamo trovarlo. Grazie della professionalità. Adesso anch’io indosso un camice bianco e inizio la carriera di dottore. Entriamo nella seconda ora e mezza di attesa. Di nuovo su e giù per il corridoio. Tic-tac. Se ne è andato, è scappato, è morto. Che faccio? Tic-tac. Una signora dorme sdraiata su due sedie. Ma certo! Sta dormendo il poverino, per questo non risponde alle chiamate dei dottori. Lo vado a cercare dentro. No, non è il caso. Entro, nessuno mi ferma. Di fronte molte barelle accostate le une alle altre. Per raggiungere quelle lungo le pareti bisogna volare. Due occhiate panoramiche a 180°, andata e ritorno, per trovarlo e vederlo dormire come un bambino. Impreco. È qui il mio amico dico alla dottoressa che mi aveva chiuso la porta in faccia. Ah il drunken boy (ragazzo ubriaco) risponde lei, come se nulla fosse. Si avvicina a lui scalzando le altre barelle d’intralcio con la delicatezza di uno scaricatore di porto. Una vecchietta si sveglia di colpo per lo scossone ricevuto. Un controllo rapido della pressione e dello zucchero nel sangue e siamo liberi di andare. A casa il mio amico mi ringrazia. Non ha percepito l’assurdo della situazione. Se fossi andato da solo all’ospedale a quest’ora staresti ancora là, abbandonato dai medici. Se uno si sente male, sviene, o muore sulla barella e non risponde all’appello dei dottori, che succede? Non gli dico queste cose. Dormi che ti farà bene.

di Valerio Pelliccia

Tratto da neapolisroma.it

Dello stesso autore: “Atene: margine dell’Europa, protagonista del presente