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Elli Papaggelì è una modella, membro dei giovani di Nea Dimokratia e candidata come consigliere regionale con quel partito nella regione Attica. Ha affermato che durante la rivolta del Politecnico [1973, n.d.t.] non ci furono morti.

“Ci hanno parlato di fosse comuni e di centinaia di morti, senza che niente fosse provato… Ci hanno detto di persone uccise all’interno del Politecnico, dove però nessuno perse la vita” ha scritto la signora Papaggeli sul suo profilo Facebook. Nonostante nei giorni successivi abbia cancellato il testo in seguito allo sdegno generalizzato, non ha cambiato idea.

Andrèas Malefàkis è una persona meno “brillante”.

Una vita da muratore a lavorare sodo. Come racconta, ha vissuto gli eventi del Politecnico dall’interno. È stato arrestato e torturato, ma non ha tradito i suoi compagni. Non apparteneva a nessun partito, ma credeva nella libertà. Non ha ottenuto guadagni dalla sua partecipazione agli eventi. Ricorda e parla alla ragazza “vanitosa” che dubita dei morti del Politecnico. Critica fermamente chiunque abbia svenduto le lotte e le visioni di quei combattenti. Per concludere che “la dittatura non è finita nel ’73”.

Di seguito la sua testimonianza sconvolgente e la sua risposta alla signora Elli Papaggeli:

Signorina Elli Papaggeli.

Leggendo quello che ha scritto sui combattenti del Politecnico, mi è venuta la pelle d’oca.

Allora ragazza, il mio nome è Andreas Malefàkis e i miei figli hanno la tua età.

Quindi quello che hai scritto l’hai letto da qualche parte, o ti è stato dettato.

Non sono colto come te, ma è un peccato che ciò  che hai imparato sia andato sprecato .

Ho da dirti che sei apolitica, che non conosci la storia, che sei un’ignorante. Una persona frivola.

Quindi ascolta, così imparerai qualcosa, perché sei ancora molto giovane e hai ancora molto da imparare.

A 17 anni facevo il muratore ad Atene, perché, ragazza mia, dovevo lavorare per aiutare la mia famiglia e me stesso a sopravvivere.

Per la scuola non c’era tempo. La nostra scuola sono stati il marciapiede e la lotta quotidiana per poter vivere. Non ho trovato niente già pronto come te.

Quello dei muratori fu tra i primi settori di lavoratori a schierarsi al fianco degli studenti.

Sono passati 41 anni da quel giorno. In vita mia non ne ho mai parlato, non me ne sono mai vantato.

Se lo racconto ora, ragazza, è perché quelli che tu servi sono i nuovi dittatori della Grecia. La nuova giunta.

La maggior parte di coloro che si trovavano dentro il Politecnico non avevano un’identità politica. Credevano solo nell’idea della libertà, nient’altro. Per avere un futuro migliore.

Io insieme ad altri siamo entrati nel Politecnico il mercoledì.

Sia dentro che fuori era pieno di studenti, muratori, gente comune. Tutti avevamo un unico obiettivo.

LA NOSTRA LIBERTÁ. LA DEMOCRAZIA.

La gente che si trovava fuori era solidale con noi.

La sera ci portava cibo e farmaci. I poliziotti che erano nei dintorni sparavano a sangue freddo.

Cercavano di ostacolare la gente in ogni modo .

Fuori c’era la guerra, si sentiva sparare in continuazione, soprattutto di sera, quando arrivava molta gente.

E nonostante tutto la gente aumentava.

Non dimenticherò mai il giovedì sera, quando una persona cadde per gli spari nell’isolato davanti, di fronte all’ingresso del Politecnico.

Non abbiamo mai saputo se morì o si salvò.

Per 41 anni mi sono tenuto tutto dentro, come un cimelio sacro.

(Come avrei potuto immaginare che avrei vissuto di nuovo la giunta e l’occupazione)

La sera del venerdì eravamo lì; quando vedemmo arrivare il carro armato ci rendemmo conto che avrebbero invaso l’università.

La maggior parte di noi si era arrampicata sulla ringhiera.

Avevamo messo di fronte alla ringhiera tre macchine di traverso, una accanto all’altra.

Niente poteva farci paura. Il sangue ribolliva nelle vene. Urlavamo i nostri slogan: “pane, educazione, libertà”.

Parlavamo direttamente ai nostri fratelli, i soldati.

Cercavamo di convincerli a non eseguire gli ordini.

Cantavamo l’inno nazionale.

(Ascolta ragazza, non siamo fascisti, siamo combattenti come voi oggi, ma cantavamo l’inno nazionale).

Infine all’alba, prima che sorgesse il sole, il carro armato entrò. Tutti ci tirammo indietro. Dappertutto confusione, disordine. Feriti, sangue ovunque.

I lacrimogeni ci asfissiavano.

(Proprio come i MAT oggi soffocano tutti i giorni i ragazzi per le strade, spregiudicati allo stesso modo, torturatori come loro).

Correvamo per salvarci dagli sbirri eccitati.

Entrammo in un’aula dove alcune ragazze piangevano sotto shock.

Rompemmo un vetro e le aiutammo a fuggire dalle finestre laterali. Poi saltammo anche noi.

Il Politecnico era pieno di poliziotti. Tutti i bravi ragazzi erano là dentro.

Sulle strade, i poliziotti lanciavano razzi illuminanti e sparavano contro chiunque vedevano muoversi.

Un ragazzo cadde davanti ai nostri occhi, nell’isolato di fronte.

C’erano poliziotti in borghese o in divisa dappertutto. Pestavano alla cieca, senza pietà.

Erano peggio delle SS tedesche.

Tutti correvano per salvarsi.

Ci trovammo davanti a un palazzo, all’incirca in 40 persone, salimmo su chiedendo aiuto ai cittadini.

La gente terrorizzata non ci apriva.

Salimmo per le scale.

A un certo punto vedemmo filtrare un po’ di luce da una porta. Apparve un signore di mezza età e ci invitò a entrare in casa.

Ci diede da mangiare quello che aveva, stese delle coperte e dei tappeti sul pavimento per farci sdraiare.

Dopo un po’ qualcuno bussò alla porta e il signore aprì (non ricordo nemmeno il suo nome dopo tanti anni. Spero che stia bene, se è ancora vivo). Aveva indossato il pigiama e faceva finta di essersi appena svegliato.

Per nostra fortuna i suoi appelli a non svegliare i bambini sortirono l’effetto sperato. Se ne andarono dopo che il signore gli assicurò di non aver notato nessuna banda di anarchici.

All’alba, uno per uno, con l’aiuto e la copertura di questa persona, ce andammo.

Dopo un po’ mi arrestarono tre uomini in borghese, in piazza Kàningos. Dopo l’interrogatorio mi portarono nel sotterraneo di un palazzo trasformato in camera di tortura. Mi fecero sedere su una sedia chiodata, mi fustigarono con un manganello improvvisato, pieno di sabbia.

Per molte ore cercarono di estorcermi i nomi dei ragazzi che erano dentro.

Disperati com’erano, per umiliarmi e ridicolizzarmi mi tagliarono la metà dei capelli con la baionetta…

Ascolta ragazza.

I veri combattenti  non hanno mai tratto vantaggi personali dalla lotta per la libertà e la democrazia.

Abbiamo continuato la lotta per la sopravvivenza senza chiedere mai niente in cambio, neanche un riconoscimento.

Non siamo mai andati dai politici a chiedere niente. Perché abbiamo imparato ad andare avanti con le nostre forze.

Sì, c’era gente che ne ha tratto vantaggi.

Damanàki, Papoutsìs (Chi? Papoutsìs! Colui che diede l’ordine, nell’estate del 2011, di affogare nei gas lacrimogeni migliaia di manifestanti ad Atene? Figuriamoci…un combattente…), Laliòtis, Tzoumàkas e tanti altri che poi si sono scordati le ragioni della lotta e si sono riempiti le tasche con soldi rubati al sudore del popolo.

Oggi gli amici di allora sono soci nelle tangenti, nelle truffe e nel tradimento.

Firmano insieme per la svendita di un paese ricco e orgoglioso solo per sfruttarlo ancor di più e per salvare loro stessi.

E noi, i cittadini, stiamo ancora dormendo e siamo divisi in mille pezzi.

Ragazza, 

quelli che servi, insieme ai loro soci del Pasok, ci hanno tradito e svenduto.

Svegliatevi! Smettetela di seminare divisione e odio! Chi semina vento, raccoglie tempesta!

Concludendo, per non privarti del tuo tempo prezioso, perché vorrai andare a postare la tua falsa bellezza o a raccogliere qualche like per lusingare la tua vanità, ti dirò solo questo:

I posti in cima sono come le cime delle montagne. Lì ci arrivano solo le aquile e i serpenti.

Da quel che capisco, tu hai scelto di salire strisciando e leccando.

“Pane, Educazione, Libertà. La Dittatura non è finita nel ’73”

Andreas Malefàkis

Fonte: agonaskritis

Traduzione di AteneCalling.org