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“Tutti gli uomini e le donne che credono nella libertà dovrebbero essere qui”. Con queste poche parole Salih ci spiega il motivo del suo arrivo al campo di Mehser. Nato nel 1960 nel villaggio Shiurnak, al confine tra Turchia e Iraq, giovanissimo scopre sulla sua pelle gli effetti del regime turco. Sono proprio le violenze e la quotidiana violazione dei suoi diritti che ne faranno un militante politico. Goà nel 1975 viene arrestato la prima di quattro volte. In tutto sconterà in carcere 12 anni.

Qual’era la condizione nelle carceri turche per i prigionieri curdi?

I curdi sono sottoposti a leggi speciali e carceri militari. Io sono stato in quello di Diarbakir, dove i priogonieri subivano ogni tipo di tortura, fisica e psicologica. la regola erano tre pestaggi al giorno e molti sono morti per colpa di questi trattamenti.

Cosa è successo dopo il carcere?

Nel frattempo ero diventato insegnate, ma la Turchia mi impediva di svolgere la professione in quanto militante per i diritti del popolo curdo. Dopo aver subito due attentati ho deciso di lasciare definitivamente il Kurdistan e di trasferirmi in Germania.

In Germania esiste una numerosa comunità curda e una turca. Come si pone il governo tedesco con queste?

La Germania e la Turchia hanno stretti rapporti ed interessi commerciali. Questo fa sì che da diciotto anni il Pkk viene considerato dal governo tedesco un’organizzazione terroristica. E mentre ai curdi non è permesso di organizzarsi, nella sola Berlino esistono almeno duecento organizzazioni islamiche tutte perfettamente legali.

Sei stato a Roma durante il proceso di estradizione di Ocalan. Quali sono i tuoi ricordi?

L’Italia per me ha due facce: una è lo Stato che non ha voluto prendersi le sue responsabilità ed ha concesso l’estradizione, l’altra sono le persone da cui abbiamo ricevuto sempre molta solidarietà. Penso che ci siano molte affinità tra noi e voi abbiamo una storia di liberazione in comune. Dai compagni italiani mi aspetto sempre molto.

Sei tornato nella tua terra. Che battaglia si combatte a Kobane?

L’Isis rappresenta il fascismo islamico, come lo Stato turco che è suo alleato. Noi combattiamo da sempre il fascismo, qualunque forma esso assuma. Prima dell’attacco alla Rojava abbiamo subito molti massacri come a Roboski e in altre città curde. Per questo motivo a Kobane dobbiamo vincere, è la nostra battaglia decisiva. per i curdi non ci saranno altre chance.

L’esperienza della Rojava, la carta dei diritti e l’autogestione dei cantoni sono un’evoluzione ideologica dell’originario movimento marxista curdo?

Non abbiamo cambiato ideologia. La nostra originaria strategia politica voleva un Kurdistan unito e indipendente, ora puntiamo a una federazione democratica. Il Pkk e i curdi vivono il mondo e ne colgono i mutamenti. Il nostro progetto confederale è un’opportunità di convivenza per la pluralità di religioni ed etnie che vivono in tutto il Medio Oriente. Questa è l’idea dal presidente Ocalan.

A Kobane avete scoperto nuovi e vecchi alleati. Qual è la tua idea dei peshermerga e della coalizione occidentale?

Per quanto rigurda noi curdi, le differenze ci hanno sempre indebolito, ma ora è il momento di combattere insieme. Per il resto dico che America ed Europa potrebbero miltarmente affossare l’Isis in una settimana, ma non stanno intervendo con l’intesità con cui viene da voi raccontato. La loro presenza è per noi utile, ma non fondamentale. I curdi sono un popolo forte che non ha mai chiesto niente a nessuno.

Qual è il ruolo delle donne nell’evoluzione del pensiero curdo e la formazione delle YPJ?

Fino a quarant’anni fa le donne subivano un sistema ancora feudale. Poi tutti hanno capito e riconosciuto i lori diritti. Da allora ci sono diverse organizzazioni femminili che lavorano per l’emancipazione della loro condizione e per una rivoluzione culturale in tutta la società curda. Oggi sono un esercito di donne libere e vogliono fare la loro strada con le proprie gambe.

Di Staffetta Romana per Kobane

Fonte: dinamopress