syriza

1. Ci sono delle unioni che dividono. Il modo in cui il capitale ha potuto unificare l’Europa nel dopoguerra, cioè l’unione degli stati nazionali capitalisti, ha dimostrato i suoi limiti nei tempi di crisi e ha portato l’Europa a una nuova profonda divisione. Lo ha reso evidente a modo suo Angela Merkel lo scorso anno, minacciando cinicamente un “nuovo 1914”. Lo dimostrano i leader europei, assumendosi il rischio che l’Unione europea, a causa della sua politica, continui a essere la causa numero uno dell’euroscetticismo. E sia i neoliberisti che i politici dell’estrema destra hanno cercato di negarlo, trasformando le elezioni europee dell’anno scorso in un referendum “pro o contro l’Europa” (come se esistesse “l’Europa” in generale).

2. Ci sono dei conflitti che uniscono. Occorre evidenziare il conflitto in atto oggi in Europa, che non avviene tra gli stati nazionali, ma al loro interno: la potenziale vittoria di SYRIZA, parte di questo conflitto, unisce l’Europa dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei giovani. Lo confermano i messaggi di solidarietà al popolo greco, che si moltiplicano, il supporto a SYRIZA, che si fa sempre più vasto, le notizie apparse sulla stampa estera e il parziale riposizionamento (anche per ragioni tattiche) degli attori politici ed economici di fronte alla possibilità del primo governo di sinistra nella storia politica greca. Un riposizionamento che è indice della fluidità politica  attualmente prevalente in Europa.

3. La destra greca ha tutte le ragioni per ignorare il conflitto e investire nell’unità sotto l’egida dei “mercati”: incapace per il momento di risultare convincente tanto sul tema della giustizia quanto su quello dell’efficacia del memorandum (almeno per quanto riguarda il trattamento del debito), punta tutto sul presunto carattere nazionale della crisi e sull’isolamento  internazionale provocato da un futuro governo greco di sinistra. E così viene costantemente smentita. Da un lato, la destra greca ha sostenuto (e sostiene) che la crisi del debito greco sia endogena, in modo che le riforme neoliberali imposte dai memorandum risultino inevitabili: la loro violazione causerebbe l’uscita della Grecia dall’Euro con gravissime conseguenze, limitate solo alla Grecia. Ma, secondo le previsioni dell’Economist (Novembre 2014[1]), entro il 2015 sette stati europei avranno un debito pubblico al di sopra del 100% del loro PIL. Il problema dunque non è il debito pubblico greco, ma la crisi dell’eurozona.

D’altra parte, la destra presenta l’isolamento del futuro governo di sinistra in Grecia (e quindi l’uscita dall’euro della Grecia) come un dato di fatto a causa della congiuntura negativa di forze in Europa. Ma questo è determinismo puro. “Con chi governerà  SYRIZA? La sinistra in Europa fa le manifestazioni, non sta al governo”. I brutali interventi per condizionare le elezioni in Grecia da parte di politici europei come Pierre Moscovici, che ricorda gli “impegni presi dal Paese” e sottoscritti nel Memorandum, resuscitando così l’allarmismo delle elezioni politiche precedenti (2012) sull’uscita della Grecia dall’Euro, confermano questa tesi. Ma per il momento questi sforzi hanno rafforzato, anziché indebolire, il raggruppamento attorno alla sinistra radicale.

4. Con l’eccezione, dunque, della destra greca e dei media, sembra che il clima stia cambiando. Merkel dice che l’uscita dall’Euro della Grecia non è nell’agenda della Germania. Rispondendo a un articolo dello  Spiegel, che ha parlato della possibilità di un’uscita della Grecia dall’Euro, la portavoce della Commissione europea Annika Braitchart ha definito “irreversibile” la partecipazione della Grecia alla zona Euro, sostenendo che la Commissione “non commenterà voci o speculazioni.” Lo stesso giorno, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, citando gli economisti dell’Istituto per l’economia mondiale (IFW) e l’Istituto per la ricerca economica (IFO), ha evidenziato che il costo per la Germania di un’uscita della Grecia dall’Euro sarebbe il doppio di un “haircut”, che ridurrebbe il debito greco dal 175% del PIL al 90%: nel primo caso è  stato stimato che il costo arriverebbe a 76 miliardi di euro, mentre nel secondo a 40 miliardi. Moscovici è stato “scaricato” dai socialisti francesi, che lo hanno accusato di fare campagna contro Syriza, mentre all’inizio della settimana Daniel Cohn-Bendit (che nelle elezioni del 2012 aveva definito SYRIZA ”una forza estremista”) ha denunciato gli sforzi di manipolazione del risultato elettorale da parte di circoli dell’UE.  Nei giorni scorsi diversi articoli su Liberation, Guardian e Spiegel, spiegavano che SYRIZA e Tsipras non sono pazzi e che l’Europa non può continuare sulla stessa strada dell’austerità. E tutto questo prima ancora che siano aperte le urne.

5. È chiaro che questa dinamica si intensificherà, soprattutto se SYRIZA conquisterà, alla fine, la maggioranza assoluta del parlamento greco. Nella prima vera trattativa  sul debito, dato che non sarà chiesto alla Troika più tempo per l’attuazione degli “impegni” posti dal memorandum, ma la fine dell’ austerità  in nome della non sostenibilità del debito, la carta migliore in mano al governo di sinistra sarà il sostegno della grande maggioranza del popolo greco espresso attraverso le elezioni. Ma anche se SYRIZA riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta governare non sarà una passeggiata. Poiché un governo di sinistra non sarà un governo come i precedenti, poiché il potere sarà basato su altre forze sociali, su un altro programma politico e su altre alleanze internazionali, il Governo di SYRIZA segnerà una discontinuità politica e, inevitabilmente, incontrerà resistenze, dal sistema politico, da settori dell’amministrazione e dell’apparato statale, dai media e dal mondo degli affari greco, dalle istituzioni europee e dai mercati finanziari internazionali. E mentre la destra greca fa affidamento su queste resistenze, riponendo le sue  speranze nello scenario di una  “parentesi della  sinistra”, la cosa importante per noi  è il comportamento dei movimenti sociali in Grecia e in Europa.

6. Il compito della sinistra e dei movimenti non sarà facile. Per quanto riguarda la Grecia, è significativo che il governo più di destra che ci sia stato dal 1974 è durato due anni e mezzo e infine è crollato attraverso processi parlamentari, più che grazie al movimento. Mentre l’invito di SYRIZA alle mobilitazioni per il rafforzamento del movimento si è ben presto rivelato insufficiente, è ovvio che dopo le elezioni il potere della sinistra sarà fragile se si limiterà al gioco istituzionale e se non troverà delle alleanze in Europa. Nessuna delle due cose è semplice. Il differente sviluppo della crisi al Nord e al Sud, la supremazia della destra, l’imbarazzo della strategia della sinistra e l’ascesa dell’estrema destra in tutta Europa, in particolare il potere di Merkel in Germania,  oltre alla  perenne propaganda sui “greci pigri”, rendono il contesto ancora più ostile.

7. Cosa possiamo mettere sul piatto della bilancia? Fortunatamente molto, e il potere del denaro in Europa lo sa. In una crisi globale, la rottura di un anello minaccia l’intera catena, anche il solido anello tedesco, visto che la Germania deve ora affrontare lo spettro del rallentamento dell’economia. L’ascesa di Podemos e di Sinn Féin, il risveglio dei sindacati belgi, il riconoscimento di parte delle élite che non c’è uscita dalla crisi senza investimenti pubblici e allentamento della morsa dell’austerità, rivelano contraddizioni e possibilità che la destra europea ormai non può più nascondere. Allo stesso tempo, mentre in Europa è fuori discussione il taglio del debito, la BCE sta discutendo una proposta di SYRIZA, quella di acquistare titoli di Stato. Infine, sempre più persone si rendono conto che i pacchetti finanziari di “salvataggio” che ha ottenuto finora la Grecia sono  tutti stati utilizzati per il pagamento del debito, hanno cioè aiutato le banche del Nord a ridurre le loro perdite su crediti che hanno distribuito così generosamente e con tanto profitto ai paesi del Sud. In questo modo  i contribuenti dei paesi più ricchi non sono stati costretti a finanziare il salvataggio delle proprie banche, che sarebbe stato necessario se la Grecia fosse fallita.[2]

8. Non sarà facile cambiare l’Europa, ce l’ha ricordato proprio ieri [l’altro ieri, ndt] lo sfruttamento politico del massacro presso gli uffici di Charlie Hebdo e lo indica l’ insistenza dei leader europei sulla riduzione del costo e dei diritti del lavoro. Ma se non ci saranno cambiamenti si verificheranno gli inquietanti scenari dello  stato di emergenza in Europa e del  ritorno al nazionalismo reazionario: lo dimostrano l’ascesa di Farange, di Le Pen e dei loro simpatizzanti. Da questo punto di vista, dunque, l’apparente vittoria di SYRIZA è un “freno” e, allo stesso tempo, il catalizzatore per possibili sviluppi storici nel continente. Sta ai movimenti decidere fino a quando si potrà andare avanti: anche se il piano di SYRIZA per affrontare il disastro umanitario, cioè il taglio del debito e un New Deal europeo, non sono progetti rivoluzionari, questi progetti incontrano forti resistenze.  Come disse un certo John Kennedy, “quelli che rendono impossibili le riforme, rendono la rivoluzione inevitabile!”. Vorremmo che questa possibilità fosse sostenuta dai nostri compagni e dalle nostre compagne in Europa.

Di Dimosthenis Papadatos-Anagnostopoulos (rednotebook.gr)

Traduzione dal greco: Petros-Iosif Stanganellis (rednotebook.gr)

Articolo scritto per DINAMOpress e AteneCalling.org

[1]            http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2014/12/european-economy-guide

[2]    Ευκλείδης Τσακαλώτος, “Γιατί να δεχτούν οι άλλες χώρες κούρεμα του ελληνικού χρέους;”, Εφημερίδα των Συντακτών, 7.10.2014

 

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